Iraq, a 10 anni dall’invasione

BAGHDAD/BEIRUT  – Dieci anni dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, non c’è pace per l’Iraq. Mentre il Paese si prepara a ricordare in sordina oggi l’anniversario dell’invasione anglo-americana, quasi 60 persone sono rimaste uccise e circa 200 ferite in una nuova ondata di attentati che ha visto almeno 15 autobomba o altri ordigni esplodere in povere aree sciite di Baghdad, nella provincia di Babilonia a sud della capitale e a Mosul, nel nord. Nessuno ha ancora rivendicato l’ondata di attacchi, alcuni dei quali compiuti da attentatori suicidi e altri con l’attivazione degli ordigni mediante dispositivi a distanza. Ma normalmente sono Al Qaida – ancora forte nel Paese – o altre organizzazioni terroristiche sunnite ad addossarsi la responsabilità dei più gravi attentati contro gli sciiti.

Le tensioni tra la maggioranza sciita, di cui fa parte il primo ministro Nuri al Maliki, e la minoranza sunnita si sono andate via via aggravando dal ritiro delle ultime truppe americane, nel dicembre del 2011, al punto che ieri il governo ha annunciato la decisione di rinviare per un massimo di sei mesi le elezioni locali del 20 aprile prossimo in due delle 18 province del Paese: quella occidentale di Anbar e quella settentrionale di Ninive, dove più gravi sono i problemi della sicurezza.

Secondo fonti sanitarie e degli apparati di sicurezza, almeno 42 persone sono state uccise negli attentati avvenuti ieri in varie zone di Baghdad, in particolare nei quartieri sciiti di Sadr City, Husseiniya, New Baghdad e Zaafaraniya. Ad essere presi di mira sono stati i civili, in alcuni casi lavoratori che di prima mattina stavano facendo colazione in modesti ristoranti prima di cominciare la giornata. Una bomba piazzata a bordo di un autobus è esplosa uccidendo o ferendo 12 persone mentre il mezzo passava accanto alla moschea sciita di Muhsin Husseiniya. Nella provincia di Babilonia sono esplose tre autobomba che hanno provocato almeno dieci morti e una cinquantina di feriti. A Mosul, invece, nella provincia di Ninive, un attentatore suicida si è fatto saltare in aria in un ristorante del centro uccidendo cinque persone e ferendone nove. Quella di ieri è la giornata più sanguinosa in Iraq dopo quella del 9 settembre dell’anno scorso, quando 76 persone furono uccise in una serie di attentati. La settimana scorsa un attacco compiuto da terroristi con tre autobombe e un attentatore suicida contro il ministero della Giustizia, in una delle aree più protette di Baghdad, aveva provocato 30 morti e 50 feriti.

Ieri la Zona Verde, il quartiere altamente protetto dove sono situati molti uffici governativi e ambasciate, è stata chiusa dopo che una delle autobomba era esplosa vicino ad uno dei suoi ingressi. Dal giorno dell’invasione delle truppe americane e britanniche, il 20 marzo del 2003, sono almeno 112mila gli iracheni, in gran parte civili, che hanno perso la vita nelle violenze. Ma l’ex premier britannico Tony Blair, in un’intervista alla Bbc in occasione dei dieci anni dal conflitto, ha comunque difeso la scelta di affiancare l’allora presidente Usa George W. Bush nonostante le tante critiche: senza l’intervento armato guidato da americani e britannici – ha sostenuto – in Iraq ci sarebbe stata una rivolta popolare più sanguinosa di quella che è in corso in Siria.

– Come ci si può pentire di aver rimosso un mostro responsabile di molti massacri? – ha chiesto l’ex premier riferendosi a Saddam Hussein. Tiepido invece il messaggio di Barack Obama, che ha tuttavia voluto ricordare le 4.500 vittime del conflitto tra le fila dell’esercito Usa.

– Si è trattato di un sommo sacrificio – ha afferma il presidente Usa in una nota – per dare al popolo iracheno l’opportunità di forgiare il proprio futuro dopo molti anni di avversità”