Lo sprint finale: 10 giorni di passione

CARACAS – Lo sprint finale. Non saranno i “Ten Days that Shook the World”, descritti nel 1919 dalla raffinata penna di John Redd, ma, per chi vive in Venezuela, saranno certamente 10 giorni di passione.

I candidati alla presidenza della Repubblica avranno poco più di una settimana per convincere l’elettorato che la loro é la migliore offerta. Ma, soprattutto, avranno una manciata di giorni per sconfiggere il “partito dell’astensione”. Sarà un “tour de force” che metterà a prova la resistenza dei candidati e la pazienza di noi elettori.

Nicolás Maduro, il candidato del partito di governo, ha iniziato una campagna elettorale “sui generis”, diversa; una campagna elettorale che forse non ha precedenti nella storia democratica del Paese. Mentre in passato i candidati del partito di governo, per evitare si potessero addossare anche a loro le responsabilità per gli errori attribuiti all’esecutivo, prendevano le dovute distanze dalla gestione precedente; Maduro preferisce percorrere il cammino contrario. Può sembrare un paradosso ma, in fondo, non lo é. Maduro, indicato dallo stesso estinto capo di Stato quale suo successore, ha impostato la campagna elettorale sull’immagine del presidente Chávez. Stesso programma, con la promessa di approfondirne alcuni aspetti; stesso stile e linguaggio, aggressivo e a volte dai toni offensivi; e stesso impiego dei mass-media e delle trasmissioni a reti unificate.

Maduro sa di non essere un leader con il carisma del presidente Chávez. Sa anche di non avere la personalità esplosiva dell’estinto capo di Stato. E sa altrettanto bene che la sua candidatura, indicata dal presidente Chávez prima del suo ultimo viaggio a Cuba, è tollerata dai compagni di partito ed accettata con riserva dall’elettorato. E’ assai probabile, quindi, che tanti “chavistas” decidano di disertare le urne. E Maduro è cosciente del pericolo che ciò rappresenta per le sue aspirazioni.

Dal canto suo, Enrique Capriles Radonski, candidato dell’Opposizione, affronta, in questa campagna elettorale, il fantasma del presidente Chávez e il timore, nella popolazione più umile e negli strati meno abbienti, che un suo trionfo possa rappresentare l’eliminazione di tutti gli ammortizzatori sociali; quegli stessi ammortizzatori sociali  – leggasi, “misiones” -, che hanno contribuito a migliorarne la qualità di vita.

La strada di Capriles Radonski, quindi, è tutta in salita. Ed infatti, al timore dei venezolani meno agiati bisogna sommare lo sconforto dell’elettorato “antichavista” da oltre 10 anni sconfitto ad ogni appuntamento elettorale.

Per ora sia Capriles sia Maduro si affrontano quotidianamente con un linguaggio duro e a volte anche offensivo, attenti entrambi alla “spada di Damocle” di una crescita del “partito dell’astensione” e con la preoccupazione di semplificare quanto più possibile il proprio discorso elettorale; semplificazione che però trasforma l’offerta elettorale in ritornelli e semplici slogan. Insomma, in discorsi tanto superficiali quanto addirittura banali.

La lotta alla criminalità, la crisi dell’industria, le precarie condizioni dei centri pubblici di assistenza sanitaria; il deterioramento dell’infrastruttura dell’industria statale; la debolezza crescente della holding petrolifera; l’inefficienza dei servizi pubblici, la carenza dei prodotti di prima necessità sono argomenti proposti e riproposti. Il “leit-motive” dei candidati alla presidenza. Ma nessuno si intrattiene su ogni argomento, per spiegare all’elettore le soluzioni che propone.

Ad esempio, sia Maduro sia Capriles Radonski riconoscono la necessità di porre argine alla crescente criminalità, che ogni settimana provoca dolore e lutto in decine e decine di famiglie venezolane. Ma non hanno mai spiegato nel dettaglio con quali strumenti sperano di combattere la micro e la macro criminalità. Dotare la polizia della tecnologia d’avanguardia  e dell’armamento moderno, adeguati alla difficile sfida? Incremento del numero degli agenti di polizia offrendo loro un salario che possa  ripagarli per il rischio che rappresenta la lotta alla criminalità? Creazione di accademie di polizia moderne e funzionali alle esigenze del Paese? Costruzione di scuole nei “quartieri a rischio” per strappare gli adolescenti alla malavita? Finanziamento delle Ong che si dedicano al recupero degli elementi violenti per inserirli nel mercato del lavoro e in una vita decente? Aumento della prevenzione e della repressione? Costruzione di nuove carceri con particolari caratteristiche e tempi d’attesa meno lunghi per una sentenza? Sono tematiche che nessuno dei candidati, fino ad oggi, ha affrontato se non superficialmente. Ma, forse, l’elettorato vorrebbe saperne di più.

Nei prossimi giorni l’attività degli aspiranti alla Presidenza si farà più intensa. Chissà se troveranno il tempo per trasformare gli slogan e gli enunciati di principio in proposte concrete, ben articolate e, soprattutto, credibili. Ce lo auguriamo.

Aurelio Perna

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