I ritorni eccellenti

ROMA:- “Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. E’ una cosa difficile da capire… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e… gridava (piano, lentamente): l’America”.

Con tutta la fantasia possibile, è davvero difficile immaginare l’emozione, la meraviglia da togliere il fiato, bloccare il flusso del sangue, quando dalla nave che portava verso un sogno, gli occhi catturavano, come ha abilmente descritto Alessandro Baricco in “Novecento”, l’immagine della statua della Libertà. Un’immagine che concretizzava tutte le speranze accumulate nei pensieri messi da parte durante il lungo viaggio, e che esplodevano alla vista di quella statua. Inimmaginabile.

Altrettanto inimmaginabili, i pensieri, le emozioni di chi, quella vista, l’ha sentita raccontare decine di volte dai nonni, dai padri, e non importa se magari non per tutti era la statua della Libertà, bastava una costa, un altro cielo, altri profumi a dire che il viaggio era finito. Ed iniziava la vita.

Ed oggi sono inimmaginabili i pensieri dei figli che il destino riporta in quella terra “ascoltata” mille volte, come fosse la protagonista di una fiaba infinita: perché, come un cammino a ritroso, sempre più spesso, questi “figli” tornano. Vincenti! E allora, quando le loro storie cominciano a prendere spazio sui giornali, sulle televisioni, raccontando che si tratta di un “figlio di emigrati”, ci si accorge di quanta strada i nostri connazionali hanno percorso nel mondo.

Sono tanti, famosi, amati e ammirati. Il più celebre, anche non citandolo è ormai nel cuore di tutti che immediatamente verrebbe in mente, è Papa Francesco che ha anche il merito di ricordare al mondo che esiste l’emigrazione, che esistono italiani all’estero che hanno costruito un futuro, fatto di lavoro e famiglie, di valori e un profondo amore per l’Italia, un Papa che fin dal primo giorno ha ricordato le sue origini e quanta parte queste hanno avuto nelle sue scelte, anche come Papa, a cominciare da quella del nome. E come si possono dimenticare le origini, che condizionano la vita, la segnano, e che vengono prepotentemente a galla nei momenti più importanti, a testimoniare che anche oceani di distanza non riescono ad offuscarle.

Dopo il Papa, diventa difficile parlare del prestigio di un altro qualsiasi “ritorno”, eppure, con i dovuto distinguo, ognuno nel proprio campo, si tratta sempre di personaggi di elevata caratura. Come Antonio Pappano, nato a Londra nel 1959. I genitori, di origine campana, lavoravano in un ristorante. E’ stato il padre a trasmettergli la passione per la musica, il canto. Una lunga esperienza nei teatri più prestigiosi del mondo, già Direttore del Covent Garden, dal 2005 dirige, a Roma, l’Orchestra di Santa Cecilia. Non esageriamo se affermiamo che è tra i più giovani ed ammirati direttori d’orchestra. Lo scorso anno è stato nominato baronetto dalla Regina Elisabetta. Di certo, in quel momento, il pensiero è andato alla famiglia, tra sentimenti di orgoglio, riscatto e gioia infinita.

Anche Pietro Scalia, classe 1960, è un figlio di emigrati, e pur lavorando all’estero, accanto a registi di grande calibro, spesso torna per motivi di lavoro, o per partecipare a qualche rassegna cinematografica, a festival, dove immancabilmente ottiene un riconoscimento. Scalia è un montatore, il preferito di Rydley Scott. Due gli Oscar conquistati fino ad oggi, per “JFK, un caso ancora aperto”, e “Black Hawk Down”, senza dimenticare le candidature per “Genio Ribelle” e “Il Gladiatore”. E proprio a questo film è dedicato un ricordo, ma anche la conferma del genio di Scalia: in una intervista, rispondendo alla domanda quale sia la sua scena preferita, ha citato la mano che all’inizio de “Il Gladiatore” accarezza il grano. Una scena non scritta, ma catturata da Ridley Scott e abilmente valorizzata nel montaggio firmato Scalia.

A conferma di quanto potente sia il richiamo delle origini proprio quando l’emozione è fortissima, incontrollabile, nel mostrare vittorioso la statuetta più ambita del mondo del cinema, Pietro Scalia non riuscì a fare a meno di pronunciare un toccante, significativo, “Viva l’Italia”.

Non poteva mancare, in questa carrellata di personaggi, un mago della cucina. E’ diventato famoso per la sua partecipazione a Masterchef Usa (con Gordon Ramsay e Graham Elliot) e Masterchef Italia (con Bruno Barbieri e Carlo Cracco), il programma in cui i concorrenti cercano di dimostrare la loro abilità ai fornelli sotto l’occhio vigile, implacabile di tre giudici. Uno di questi giudici è proprio Joe Bastianich, nato a New York nel 1968, e figlio d’arte, ovvero di Lidia Bastianich, emigrata da Pola all’età di 11 anni che proprio sulla cucina ha costruito un impero tra ristoranti (il primo aperto a soli 24 anni), trasmissioni televisive e libri. Joe, pur con già un esempio “impegnativo”  in casa, è riuscito ad ottenere con “Del Posto” una recensione da quattro stelle da parte del New York Times: era la prima volta per un ristorante italiano. Particolarmente prolifica anche la sua attività nel settore vinicolo: per due aziende, ha scelto la terra ed il sole italiano. A renderlo ancora più conosciuto al pubblico italiano, l’imitazione di Maurizio Crozza.

E come dimenticare la lunga, infinita lista di calciatori…argentini, brasiliani…ma con tanto, tanto sangue italiano. Come José Altafini, nato nel 1938 in Brasile che, grazie alle sue origini ha potuto segnare gol anche nella Nazionale azzurra, senza dimenticare le reti con la maglia del Milan, del Napoli, della Juve: per un totale di 216, un numero che lo pone sul podio più alto tra i calciatori non nati in Italia. Leggendaria anche la figura di Omar Sivori, nato nel 1935 in Argentina, definito dalla stampa specializzata uno dei giocatori argentini più forte di tutti i tempi. In Italia ha indossato la maglia della Juve, vincendo tre scudetti e tre Coppe Italia. Anche Sivori ha giocato con il Napoli, dove con Altafini ha formato la coppia “italo-sudamericana”. Nel 1961 ha vinto il Pallone d’Oro. Con la maglia azzurra, indossata grazie al suo essere un oriundo, ha segnato 8 reti. Nomi che hanno fatto sognare, e ricordare, grazie ai racconti della loro vita, tutti gli italiani nel mondo. Sempre per restare sui campi di calcio, anche oggi non mancano giocatori magari con un forte accento straniero, ma in grado di cantare l’Inno d’Italia ad inizio partita, immaginando, forse, le lacrime di gioia dei genitori, dei nonni che, pur nei sogni più arditi, mai avrebbero immaginato, un giorno, di vedere i loro “ragazzi” in Italia, tra i vincenti.

Mauro German Camoranesi Serra, è uno di questi. Nato in Argentina nel 1976, vanta tra i suoi avi un italiano che gli ha permesso di acquistare la nostra cittadinanza. Arriva in Italia nel 2000, gioca nel Verona per poi approdare alla Juve. Grazie alle origini italiane, ha tutti i diritti di militare nella Nazionale dove esordisce nel 2003: sono passati circa 40 anni da quando Angelo Benedicto Sormani, altro giocatore oriundo, ha indossato la maglia azzurra. Camoranesi, come oriundo,  vanta il maggior numero di presenze in Nazionale (55), ed è l’unico ad aver vinto il Campionato del Mondo (dal dopoguerra ad oggi); in totale, gli oriundi a vincere un campionato del mondo con la maglia azzurra  sono 7: Anfilogino GuarisiAttilio DemariaEnrique GuaitaLuis MontiRaimundo Orsi, Michele Andreolo), e Camoranesi, appunto.

E poi c’è Roberto Di Matteo, nato a Sciaffusa nel 1970 da genitori di Paglieta (Abruzzo), “tornato” in Italia per giocare nella Lazio. Non passano inosservate le sue prodezze, ed Arrigo Sacchi lo convoca nella Nazionale. Dopo la parentesi italiana è andato in Inghilterra dove, in seguito ad un infortunio, è diventato allenatore fino ad arrivare, nel 2012, al Chelsea cui fa vincere, per la prima volta, la Champion League. Altro esempio vincente ma anche di profondo attaccamento alle origini. In Svizzera, avevano provato a consigliargli di prendere la cittadinanza per giocare nella nazionale elvetica: “Giocavo in Serie B, occupando un posto da straniero. Mi dissero: potrai fare molta più carriera diventando svizzero. Ma io avevo già deciso: sarei rimasto italiano anche per fare l’operaio, sarei tornato in Italia pure per lavorare in fabbrica”.

Ed ogni altro commento sarebbe superfluo.

 Giovanna Chiarilli