Giuseppe Bea: “Il voto degli italiani all’estero: perché non fa notizia?”

Pubblicato il 05 aprile 2013 da redazione

ROMA:-  Ricordo un convegno, a Montesilvano, organizzato dalla Provincia di Teramo e dedicato alla stampa italiana all’estero, “L’Italia fuori d’Italia”. Al microfono, l’allora responsabile dell’editoria della Presidenza del Consiglio, Stefano Rolando, che, in maniera più o meno diplomatica, affermò: l’Italia all’estero non fa notizia. E ricordo il nostro Direttore, Gaetano Bafile, alzarsi dalla sua sedia, con l’immancabile pipa stretta in un mano, andare sotto al podio a dirgliene quattro, a difendere, come sempre, la dignità di tutti gli italiani nel mondo. Era il 1988. Si pensava, allora, che questa mancanza di attenzione, di sensibilità, soprattutto da parte di quelle realtà chiamate a valorizzare questa presenza all’estero, fosse dovuta al fatto che gli italiani all’estero non potendo votare (a meno che non si sobbarcassero un viaggio a proprie spese), non avevano “peso politico”. Di certo, se solo avessero potuto esprimere il loro voto, farsi sentire, sarebbe cambiato anche l’atteggiamento di questa Patria, ancora troppo spesso matrigna.

Ma la scontata previsione, a quanto pare, non ha avuto nessun riscontro: anche con il voto “in mano”, gli italiani all’estero, in generale, continuano a “non fare notizia”:

Lo confermano le ultime vicende legate agli esiti elettorali: quando si parla di vinti o sconfitti, onorevoli e senatori, tutti vengono citati, tutti vengono invitati, considerati, ecc. TUTTI: ma non gli italiani all’estero. Lo stesso Grillo, tanto attento, per giorni ha ripetuto che il suo Movimento era il primo alla Camera. Sbagliato, ha cominciato a far notare qualche giornalista più sveglio, è il PD…grazie ai voti degli italiani all’estero: sono voti di cittadini italiani, e contano al pari degli altri. Eppure…come mai, nonostante il voto e un bel nucleo di propri rappresentanti, ciò che riguarda gli italiani all’estero continua a “non fare notizia”? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Bea, componente dell’Ufficio nazionale del CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) per le politiche d’integrazione  e responsabile dell’area relazioni istituzionali e migrazioni di CNA EPASA, nominato Cavaliere dal Presidente Napolitano proprio per il suo impegno a favore degli italiani all’estero.

– L’Italia nel proprio percorso culturale e politico spesso non ama ricordare  gli italiani che vivono all’estero, le loro storie e con esse la nostra storia di grande Paese di emigrazione. Ovviamente ciò non è gratificante per chi nei decenni passati ha lasciato tutto, affetti, famiglie, amicizie e abitudini, soprattutto se si pensa a quanto gli emigranti hanno prodotto in un secolo di migrazioni. Molti pensano che l’Italia migliore sia l’altra, ma sappiamo che le comunità italiane all’estero più integrate e sviluppate, sono quelle che hanno trovato le condizioni locali più avanzate dal punto di vista democratico, economico, sociale e culturale. E’ chiaro che il nostro Paese ora è tutto preso dal parlare di risultati ed eventuali nuove elezioni, di alleanze più o meno spurie, di inciuci, di alchimie governative, di fatto però, nessuno si è dato da fare nell’analizzare il voto dei nostri connazionali all’estero. Tanti italiani hanno votato, in Europa, nelle Americhe, in Asia, in Australia e Oceania, in Africa ed i risultati sono stati assai diversi, rispetto a quelli usciti dalle urne della Penisola. Nelle circoscrizioni estere ha vinto il Centrosinistra con il PD, seguito dalla lista Scelta Civica di Mario Monti; a seguire il Centrodestra con il PDL e, novità, ma da ultimo, il Movimento 5 Stelle. È successo, insomma, quasi il contrario di quello che è avvenuto in Italia, ma nonostante tutto, questo fatto abbastanza inusuale non ha incontrato l’interesse di nessun commentatore politico, giornalista o talk show che pure abbondano sulle varie reti TV, con analisi e interventi di ogni tipo -.

– Eppure, si dice che ogni famiglia abbia una storia di emigrazione alle spalle, e allora perché proprio a livello “istituzionale” si registra questa “indifferenza”, sia verso i connazionali all’estero, sia verso il voto?-

– Probabilmente i motivi sono molti, ma due ci sembrano, forse, i più appropriati. Il primo – afferma Giuseppe Bea – è che a votare all’estero è stata una ‘vasta’ minoranza, e le minoranze si sa, contano meno di zero. Il secondo è che l’Italia è un Paese autoreferenziale: crede ancora di essere l’impero romanocentrico, l’ombelico del mondo, come cantava Jovanotti, e tiene in poco conto quello che pensano gli altri e nemmeno si sforza di capire le culture diverse, le diverse sensibilità. Credo sarebbe stato utile valutare con più attenzione gli orientamenti politici degli italiani emigrati e l’espressione del loro voto. Perché sono nostri concittadini, perché hanno diritto alla nostra considerazione e alla considerazione di mass media e degli operatori politici ed economici nostrani, e non solo quando parlare di italiani all’estero fa folklore. E per quanto riguarda il diverso risultato, i nostri all’estero hanno votato con meno emotività perché forse meno aggrediti dalla crisi economica e dalla sfiducia nella politica, perché hanno imparato da emigranti che la politica è servizio ed il fare politica non è una professione, ed hanno così votato con cognizione, con la testa, diremmo. Più che a personaggi come Grillo e Berlusconi e a quello che rappresentano: l’antisistema ed il sistema, gli italiani all’estero hanno pensato a gente come Monti, per esempio, che, attraverso scelte impopolari ma responsabili, aveva cercato di mettere in linea il Paese salvandolo dal baratro, pur avendo io stesso molte perplessità sulla sua scelta di candidarsi e crearsi un partito, o a persone che in vari schieramenti avevano dimostrato nei fatti di lavorare per i nostri connazionali all’estero. Avranno avuto torto. Avranno avuto ragione, chissà. Ciò che conta è che hanno espresso un voto legato ad una visione poco nazionale e bizantina e magari meno provinciale e più pragmatica della politica. Riflettere su questi motivi potrebbe insegnarci qualcosa in più e dalle esperienze di tanti emigrati, se solo fossero studiate e capite, potremmo cogliere ed assimilare una diversa concezione di vita, che metta il fare e la responsabilità del fare, al di sopra di ogni cosa, pretendendo dalle Istituzioni, ad ogni livello e dalle varie burocrazie, un medesimo atteggiamento .

Giovanna Chiarilli

 

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