A Boston insieme ai venezuelani. Un dolore che non si dimenticherá

Pubblicato il 16 aprile 2013 da redazione

BOSTON – Eravamo a Boston insieme a tanti altri venezuelani e italo-venezuelani che si sono preparati durante mesi per partecipare ad una delle piú importanti e ambite maratone del mondo. Un clima di allegria, quasi di festa. I nostri erano lí con i colori del Venezuela.

Mai avremmo potuto immaginare che quell’allegria si sarebbe tramutata in pianto, che il colore delle bandiere si sarebbe imbrattato di sangue.

Sorpresa, amarezza e ancora tanta paura. Boston, ieri, ha cercato di tornare alla normalità. Ma la verità è che dovranno passare alcune settimane prima di poter dimenticare le drammatiche immagini trasmesse con morbosa insistenza dalle televisioni americane. Le uniche, a dir la verità, di cui erano in possesso.

La televisione, una volta ancora, è stata la grande protagonista. Infatti, la corsa era seguita in diretta dalle emittenti locali. Il boato, la fiammata e l’immensa polvere che ha scatenato  l’esplosione delle due bombe sono stati visti quasi in diretta. In un attimo la centrica Boylston Street, la via che assieme a Newbury Street rappresenta il centro commerciale della città, si è trasformata in un inferno. Tutti gli edifici sono stati evacuati in pochissimi minuti. In Boylston Street si erigono, imponenti, la Boston Public Library, la Trynity Church e la Ould South Church che contrastano con la modernissima architettura del Prudencial Center, della Hancock Tower o più semplicemente con lo “shop-center” della “Apple”. Anche gli edifici delle strade circostanti sono stati evacuati.

Ieri, le bandiere a mezz’asta, la presenza massiccia dell’esercito della polizia del Massachusset, della polizia di Boston, degli elicotteri sorvolando l’intera città erano la testimonianza della tranquillità solo apparente che si viveva a Boston. Molte scuole non hanno aperto, l’importante stazione di Copley è rimasta chiusa. Le altre vigilate dall’esercito. A Cambridge, il quartiere degli studenti e sede di importanti università come Harvard, si assisteva ad un insolito contrasto: giovani in strada con i loro libri,  coppie mano nella mano, e i prati delle università con studenti occupati nei loro studi mentre nella metropolitana altrettanto giovani soldati non permettevano l’accesso a nessuno senza prima un controllo attento delle borse e degli zinetti. Non solo, anche delle giacche e giacconi indispensabili in una città in cui al mattino la temperatura si aggira ancora attorno ai 5 e 8 gradi.

L’area della tragedia, invece, era ieri “off limits”. Transennata e circondata da agenti di polizia, da esperti anti-esplosivi con i loro cani, la strada era visitata da tantissimi cittadini, famiglie intere con un mazzo di fiori per rendere omaggio alle vittime ed anche tanti disegnini di bambini. L’accesso era permesso solo agli incaricati delle indagini. E lo sarà forse ancora per qualche giorno, con grave danno per il commercio.

Tutti i media americani hanno inviato i propri giornalisti alla città considerata la culla della Democrazia americana. Fox, Abc, Cnn e tante altre importanti emittenti hanno fatto di Boston il loro centro di informazione. Ma anche i giornalisti si muovono disorientati di fronte all’ermetismo delle autorità locali, il dolore per la morte delle tre  vittime  e l’ orrore per i feriti ai quali in alcuni casi è stato necessario amputare un arto. Ancora 15 persone sono gravi, mentre il resto dei feriti lentamente sta lasciando gli ospedali.

L’immediata risposta della polizia, dei pompieri e dei paramedici ha evitato, forse, che la tragedia fosse di proporzioni maggiori.

Per il momento, pare che le autorità stiano seguendo due piste: quella dell’attentato terrorista internazionale e quella del terrorismo locale. Quest’ultima pare sia quella a cui le autorità diano un maggior credito.

L’attentato durante il famoso Marathon di Boston, comunque, è un durissimo colpo non solo alla sicurezza di una città bucolica, tranquilla, giovane ma anche ad un paese in cui il nazionalismo è ancora molto forte. E lo si è potuto vedere durante la gara alla quale hanno partecipato anche piccoli reparti dell’esercito che hanno percorso i 42 km. I militari, in tenuta mimetica, con il loro zaino stracolmo sono stati accompagnati durante tutto il percorso dagli applausi dei presenti e, in tante occasioni, da un coro entusiasta di “U-S-A”. Poi l’esplosione, il panico e il ricordo delle “torri Gemelle”.

Mauro Bafile

 

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