Troppa violenza nell’aria

CARACAS:-  Nicolás Maduro e Capriles Radonsky non conoscono tregua. Piovono le accuse da una parte e dall’altra in un dialogo tra muti. Intanto il clima si arroventa e la rabbia, la frustrazione degli sconfitti non si placa così come non accennano a placarsi la rabbia e la frustrazione di chi sente che ha vinto e vorrebbe che si riconoscessero i risultati elettorali.

Il Presidente Nicolás Maduro durante una trasmissione a reti unificate ha accusato Capriles di voler destabilizzare il paese, di cercare la violenza per ricreare il clima del 2002 e come allora tentare un colpo di stato. Con toni che non cercano nessun punto di incontro con il suo contendente, Maduro ha rivolto a Capriles parole minacciose e ha fatto anche tintinnare le manette. Il presidente eletto ha detto che Capriles e i suoi stanno ”attizzando fuochi di violenza, come in Siria e in Libia”, avvertendo che ”i responsabili di queste violenze finiranno in carcere”. Giá in mattinata Diosdato Cabello, Presidente dell’Assemblea Nazionale, aveva chiesto di perseguire penalmente Capriles per incitazione alla violenza e aveva lanciato pesanti accuse contro di lui via twitter: ”Capriles, fascista, mi assicureró personalmente che tu paghi per il danno che stai causando alla Patria e al nostro Popolo”, ha scritto e il ministro degli Esteri, Elias Jaua, ha rincarato la dose sostenendo che ”da ieri l’opposizione venezuelana ha cessato di essere democratica”.

La risposta di Capriles non si é fatta attendere. Dopo aver convocato una conferenza stampa con i giornalisti internazionali ha spiegato che l’unica sua richiesta é quella di un riconteggio dei voti. In pratica di controllare la corrispondenza dei voti elettronici con la ricevuta cartacea e di verificare le denunce di irregolaritá emerse durante il processo elettorale. Poi in maniera molto categorica ha chiesto ai suoi simpatizzanti di non cadere in provocazioni, di non uscire in strada a manifestare e ha annullato il corteo previsto per oggi a Caracas. D’altra parte il Presidente Maduro aveva giá detto che quel corteo, che avrebbe dovuto arrivare fino alla sede del Consiglio Nazionale Elettorale, non sarebbe stato permesso.

Nella giornata di ieri, in altre cittá del Venezuela molti simpatizzanti di Capriles si erano recati ai rispettivi uffici del CNE per chiedere la verifica dei voti delle passate elezioni. E oggi toccava ai seguaci di Capriles a Caracas.

Ma alla luce delle parole di Maduro, della violenza delle scorse ore e della mancanza dei permessi necessari per realizzare un corteo, il leader dell’opposizione si é rivolto con grande risolutezza ai suoi: “Il corteo di domani é sospeso. Nessuno deve uscire in strada a protestare. Chi lo fa non vuole aiutarmi ma fa il gioco del governo”. La conferenza stampa non era ancora finita quando é stata interrotta da un programma a reti unificate di Nicolás Maduro.

La totale mancanza di comunicazione tra i due leader rende la situazione molto complicata e pericolosa.

Se dal canto suo Maduro ha la possibilitá di bloccare indiscriminatamente i programmi televisivi per mandare in onda sue trasmissioni, Capriles ha convocato per due sere consecutive il “cacerolazo” che alle 20 in punto é rimbombato dalle finestre, dai balconi e dalle strade non soltanto nelle zone di classe alta e media ma anche in quelle più popolari. Il “cacerolazo” in America Latina é diventato un segno di protesta che non ha colore nonostante la sua triste nascita, in Cile, quando ha anticipato la fine di Allende e l’avvento dei militari con Pinochet. E’ una sorta di catarsi collettiva che in un certo senso aiuta a scaricare tensioni e a dare un’immagine “sonora” dello scontento di fette di popolazione.

Rappresentano forse la protesta più “pacifica” anche se significativa. Ma sono un sintomo di rabbia e quando la rabbia scende in strada allora la situazione diventa pericolosa.

E’ quanto é accaduto in Venezuela lo scorso lunedi, primo giorno dopo le elezioni. Secondo i dati emessi dal Procuratore generale della Repubblica le proteste avrebbero lasciato il macabro saldo di 7 morti, 61 feriti e 135 detenuti. Ecco perché Capriles, il giorno seguente ha esortato tutti a restare in casa pur chiedendo di protestare ancora una volta battendo sulle pentole il proprio malcontento.

M.B

 

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