“Re Giorgio” giura e bacchetta i partiti

ROMA – Giorgio Napolitano giura da presidente della Repubblica e lancia un pesantissimo j’accuse ai partiti ”sordi” e incapaci di collaborare nell’interesse del Paese. Bacchettate che il Parlamento accoglie con gli applausi di chi dovrebbe sentirsi ferito da quelle accuse (Pd e Pdl in particolare) e dall’indifferenza di quanti quegli appelli li hanno fatti diventare i loro slogan elettorali (i ‘grillini’ rimasti ostentatamente in piedi per deferenza, ma immobili). Un paradosso spiegabile solo nel marasma in cui versa la politica, costretta ad incoronare per la seconda volta ‘Re Giorgio’.

Il presidente della Repubblica legge un discorso fitto di critiche e allarmi, ma anche di auspici e di una (seppur flebile) speranza. Si ferma spesso per la commozione. Spiega di aver accettato controvoglia e costretto dallo ”stallo fatale” in cui la politica ha cacciato il Paese. Sottolinea come sia arrivata l’ora di trovare ”intese condivise”, superando le ”sordità” del passato. Altrimenti, aggiunge minaccioso, ”non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Un implicito, ma chiarissimo, riferimento a quell’arma che ora, dopo la rielezione, ha di nuovo nella fondina: il potere di scioglimento anticipato delle Camere, vissuto come un incubo da molti parlamentari.

L’analisi di come si sia arrivati allo stallo è impietosa: parla di ”guasti, chiusure e irresponsabilità”. Cita ”l’omissione” che gli brucia di più perchè ”imperdonabile”: la fallita riforma della legge elettorale. Non fa sconti a nessuno: nemmeno ai parlamentari di M5S che invita a cercare il confronto in Parlamento e non nelle piazze. Perchè la Rete, pur offrendo enormi potenzialità, non può sostituire ”partiti o movimenti”. Con gli altri partiti Napolitano non è meno duro. Anzi…

– Basta tatticismi e proteste sterili – avverte facendo trasparire l’urgenza del momento a causa della crisi economica. Parole che sembrano dirette soprattutto ai parlamentari del Pd, i più incerti sull’appoggio ad un governo con il Pdl.

Larghe intese che invece Napolitano ritiene necessarie perchè ”è ora di fare i conti” con i risultati del voto che ”indicano tassativamente la necessità di far nascere un governo”, rigettando la tentazione di considerare un ”orrore” ogni ipotesi di ”convergenza”. Ovviamente Napolitano non pone limiti al suo settennato. Se non un accenno tutto da interpretare. Si limita a dire:

–  Resterò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno.

I partiti, tutti ad eccezione dei grillini, plaudono alle parole del capo dello Stato.

– Un discorso di una efficacia eccezionale – dice Pier Luigi Bersani, mentre il capogruppo Speranza assicura che il Pd farà la sua parte.

– Il discorso più ineccepibile e straordinario che io abbia mai sentito in 20 anni – afferma un Silvio Berlusconi gongolante davanti alle telecamere.

– Parole che inchiodano le forze politiche alle loro responsabilità – afferma Mario Monti.

Fuori dal coro, ma con toni notevolmente diversi, Sel e M5S: Nichi Vendola, pur manifestando affetto e stima per Napolitano, conferma il suo ‘no’ alle larghe intese preferendo andare all’opposizione. Mentre i ‘grillini’, nonostante il richiamo di Napolitano, a temi cari anche M5S come la disoccupazione e il disagio sociale, lo attaccano aspramente.

– Ha fatto un discorso politico, in barba al ruolo di garanzia – dicono i capigruppo Crimi e Lombardi, aggiungendo di non voler accettare lezioni sull’”uso del Parlamento”. E Grillo denuncia la ‘morte della Repubblica’ con il ‘Napolitano reloaded’.

Ma i tanti apprezzamenti per il presidente della Repubblica non attenuano le difficoltà di formare un governo. Soprattutto per il Pd alle prese con una difficilissima direzione. L’agenda del Quirinale ha però tempi strettissimi: martedì consultazioni e incarico forse giovedì o comunque entro la settimana. Il Colle vuole Amato, ma i partiti propongono una figura più digeribile ai propri elettorati: spuntano quindi i nomi di De Rita e Grasso. Ma dopo oggi, c’è da crederci, Napolitano non accetterà più nessuna condizione.

 E lo spread torna sotto 280
La rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica lascia sfumare l’ipotesi di elezioni anticipate e ridà fiducia ai mercati, tanto da far scendere lo spread tra Btp e Bund ai minimi da febbraio.

Nel primo giorno di scambi dopo il rinnovo dell’incarico al Capo dello Stato, il differenziale è sceso a 279 punti base, segno della scommessa dei mercati sulla possibilità della nascita a breve di un nuovo governo.

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