Siria, scomparso da 20 giorni l’inviato della Stampa

Pubblicato il 29 aprile 2013 da redazione

ROMA. – Nessuna notizia da 20 giorni. Troppi. Anche per un inviato esperto come Domenico Quirico, che da anni racconta per ‘La Stampa’le zone piú martoriate della terra. E che dal 6 aprile è in Siria per una serie di reportage dalla zona di Homs. Venti giorni di black out che hanno convinto il giornale a rompere il silenzio e diffondere la notizia nella speranza di ”allargare il numero di persone che potrebbero aiutarci ad avere informazioni”, scrive il direttore Mario Calabresi sul sito de ”La Stampa”. Mentre il caso, giá monitorato dall’Unitá di Crisi della Farnesina, è finito subito sul tavolo del neo ministro degli Esteri Emma Bonino, che lo sta seguendo ”personalmente”.

Domenico è entrato in Siria dalla frontiera con il Libano nel giorno del rapimento nella zona di Idlib del gruppo di reporter della Rai, poi rilasciati. Ma ha subito rassicurato la famiglia e i colleghi: il suo percorso sarebbe stato tutt’altro. Il giorno dopo nuovi messaggi, poi una telefonata a casa, alla moglie e alle due figlie, per avvertire che non si sarebbe fatto sentire per qualche giorno. L’ultimo contatto il 9 aprile, nel quale informava un collega di essere sulla strada per Homs. Poi il silenzio. Ancora 10 giorni e il giornale, d’accordo con la famiglia, decide di avvertire l’Unitá di Crisi della Farnesina, che attiva immediatamente tutti i canali.

”Ma dal terreno – scrive Calabresi – fino ad oggi non sono arrivati segnali di alcun tipo”. In un primo momento il silenzio è d’obbligo ”per evitare di accendere un riflettore in una zona in cui sarebbe potuto diventare facilmente preda di rapimenti o di uomini del regime”, spiega Calabresi. Ma venti giorni sono troppi. E ora, forse, potrebbe essere proprio la visibilitá ad aiutare Quirico, se nelle mani sbagliate ci fosse finito davvero. La speranza, naturalmente, è che il problema sia tecnico, che non riesca o non possa comunicare. Era stato lui stesso, del resto, ad avvertire che la copertura delle reti dei cellulari è saltata in molte zone dell’area di Homs e che usare il satellite non è prudente perchè si segnala la propria presenza. Quel che è certo è che la regione nella quale si sta muovendo Quirico è una delle piú difficili della Siria: zone saldamente in mano al regime, come il centro abitato di Homs, si alternano a vere e proprie roccaforti dei ribelli, come Rastan e Talbiseh, non lontano dalla cittá. Poco piú a sud, a Qusayr, negli scontri entrano anche gli Hezbollah libanesi, schierati al fianco del regime siriano. Una zona complicata, nella quale gli scontri – anche duri – sono all’ordine del giorno.

Difficile capire il percorso seguito da Quirico, l’unica cosa certa è che alla famiglia aveva spiegato che ”le persone con cui viaggiava” gli avevano chiesto di non utilizzare il cellulare. ”Domenico Quirico – scrive ancora Calabresi – è uno dei giornalisti italiani piú seri e preparati nell’affrontare situazioni a rischio. Negli ultimi anni ha raccontato il Sudan, il Darfur, la carestia e i campi profughi nel Corno d’Africa, l’esercito del signore in Uganda, ha seguito interamente le primavere arabe, dalla Tunisia all’Egitto, è stato piú volte in Libia per testimoniare la fine del regime di Gheddafi”. Nell’estate del 2011 uno dei momenti piú drammatico della sua carriera: nel tentativo di arrivare a Tripoli, viene rapito insieme ai colleghi del Corriere della Sera Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina e di Avvenire Claudio Monaci. Durante il sequestro viene ucciso il loro autista e, ricorda Calabresi, ”solo dopo due giorni drammatici vennero liberati”. Solo nell’ultimo anno è stato in Mali, in Somalia ed ora è tornato in Siria per la quarta volta, ”per raccontare l’evoluzione di un conflitto che si è allontanato troppo dalle prime pagine dei giornali e che – ci ripeteva – nonostante i suoi orrori non scuote la societá civile occidentale”. ”Noi restiamo tenacemente attaccati alla speranza di avere al piú presto sue notizie”, scrive Calabresi, e per questo, per sottolineare ogni giorno che passa, per ”segnalare la nostra attesa”,la Stampaha deciso di mettere sulla testata del giornale ”un fiocchetto giallo, come fanno le famiglie che attendono il ritorno di una persona cara di cui non si hanno notizie”.

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