Andreotti, al “potere logora” al “tira a campare”: la battuta sempre pronta e velenosa

Pubblicato il 06 maggio 2013 da redazione

ROMA – Un giorno del 1927, un bambino di otto anni si trovava su un tram che percorreva rumorosamente le strade di Roma. D’improvviso, un uomo zoppicante, nel tentativo di portarsi verso l’uscita, gli montó sui piedi. Il bambino fece una smorfia di dolore, e l’uomo, imbarazzato, si scusó dicendo di essere un mutilato. Il piccoletto alzó lo sguardo e replicó freddamente:

– Se tutti i mutilati passassero sui miei piedi, sarei rovinato…

Da quel lontano 1927 a oggi, Giulio Andreotti ha partorito centinaia di motti di spirito e aforismi, freddure e definizioni fulminanti: alcune sono entrate nei dizionari e nelle enciclopedie, e hanno contribuito ad alimentare la fama di politico freddo e cinico del suo autore. Come la classicissima ”il potere logora chi non ce l’ha”, pronunciata nel 1951 durante un dibattito parlamentare. Il giovane parlamentare democristiano rispose cosí a un avversario di De Gasperi che chiedeva al presidente del consiglio di farsi da parte, visto che aveva raggiunto gli ottant’anni ed era ormai logorato dall’esercizio del potere.

Da allora la frase é restata incollata al suo autore come il motto di una nobile casata su uno stemma araldico. A volte velenose, a volte bonariamente ironiche, le battute andreottiane, che gli appassionati del genere possono consultare nel libro ”Il potere logora… ma é meglio non perderlo” uscito qualche anno fa da Rizzoli, non hanno risparmiato nessuno.

Politici, magistrati, generali, uomini di Chiesa, frequentatrici di salotti ”a’ la page”: Andreotti si é sempre divertito a gelare chi gli stava antipaco.

– E’ vero, la signora ha due occhi bellissimi, specialmente uno – disse l’allora sottosegretario allo Spettacolo (era il 1954) in un salotto romano, gelando una donna un po’ troppo vanitosa: Groucho Marx non avrebbe saputo fare di meglio.

Autoironico all’occorrenza (”Non ho vizi minori”, ama dire per spiegare la sua avversione per il fumo), Andreotti ha sempre dato il meglio di sé quando si trattava di sfoderare un’ironia corrosiva.

– De Gasperi – ha raccontato un giorno durante una conferenza sul suo antico maestro – disse un giorno a mia moglie che in vecchiaia io sarei diventato piú maligno di Francesco Saverio Nitti. La presi come una lode, perché voleva dire che pensava che a trent’anni non lo fossi ancora molto.

Alcuni urticanti giudizi passati alla storia, Andreotti nega di averli mai pronunciati. Quella contro De Sica e i film neorealisti (”i panni sporchi si lavano in famiglia”), sembra che non sia mai uscite dalle sue labbra. Mentre la celeberrima ”a pensar male del prossimo si fa peccato , ma si indovina” , ha una sua storia: Andreotti la ascoltó nel 1939 sulla bocca del vicario di Roma Marchetti Selvaggiani, quando studiava Giurisprudenza all’Universitá Lateranense., e da allora l’ha ripetuta in varie occasioni. Il problema é che , a furia di sentirglielo dire, qualcuno cominció ad applicarla anche a lui. E cominciarono i guai politici e giudiziari, che Andreotti ha commentato con amaro sarcasmo:

– A parte le guerre puniche , mi attribuiscono di tutto.

Confidava nei giudici, ma gli tornava quello che aveva scritto molti anni prima sulla loro imparzialitá: “Perché la bellissima frase ‘La Giustizia é uguale per tutti’ é scritta alle spalle dei magistrati?”.

Per conoscere Andreotti, dunque, vale piú una sua battuta che un’intera collezione di scritti. I ”due forni” della destra e della sinistra dove la Dc doveva cuocere il pane a secondo delle circostanze (altra invenzione di Andreotti) descrivono alla perfezione 50 anni di storia democristiana. A chi gli chiedeva un commento alla sua tendenza politica a ”tirare a campare” senza prendere di petto le difficoltá, rispondeva sornione:

– Meglio tirare a campare che tirare le cuoia…

Anche perché Andreotti, consapevole delle sue debolezze e manchevolezze, sapeva che per l’aldilá avrebbe dovuto affidarsi al perdono del Giudice Supremo: ”Se mi salvero’ l’anima – aveva scritto qualche anno fa – sará solo per misericordia divina, una specie di amnistia ultraterrena”. E ancora: ”So di essere di media statura ma non vedo giganti attorno a me”. Oppure: ”Non basta avere ragione ma bisogna avere anche qualcuno che te la dia”. Celebre inoltre la battuta sulle due Germanie quando ci fu l’unificazione:”Amo talmente la Germania che ne preferivo due”

 Il “processo del secolo”:
Quando, nel 1993, la Procura di Palermo chiese al Parlamento l’autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti un giornale titoló: ”Ora tocca a Belzebú”. Erano in effetti accuse diaboliche quelle elencate nel dossier dei magistrati siciliani: al senatore veniva in sostanza contestato di avere stretto un ”patto scellerato” con la mafia. Fu lo stesso Andreotti a chiedere che fosse concessa l’autorizzazione a procedere e cosí tre anni dopo, il 26 settembre 1995, nell’aula bunker dell’Ucciardone, gremita di giornalisti e telecamere, comincio’ il ”processo del secolo”.

Misurato, preciso, puntuale, Andreotti si comportó come un imputato rispettoso dei ruoli e delle regole. Sempre presente nelle udienze importanti, cortese con i giudici e i cronisti, fece dell’ironia la sua arma piú apprezzata.

– Spero di arrivare vivo fino alla sentenza – si auguró all’inizio del dibattimento. Non poté che esprimere perció il suo compiacimento quando la sentenza definitiva lo trovó vivo e vegeto il 15 ottobre 2004. In primo grado (23 ottobre 1999) era stato assolto ma in appello, il 2 maggio 2003, il verdetto era stato piú controverso: prescrizione per i fatti contestati fino al 1980, assoluzione per quelli successivi.

La Cassazione ha confermato proprio questa impostazione del verdetto nel quale si afferma che Andreotti ha avuto ”rapporti di amichevole disponibilitá” e di ”concreta collaborazione” con la mafia. Ma solo fino al 1980. Da quel momento ha assunto invece ”atteggiamenti incompatibili con il perdurare della partecipazione”. L’accusa di rapporti collusivi con Cosa nostra era sostenuta da 37 pentiti. Alcuni di grande caratura come Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia. Altri di discutibile affidabilitá come Balduccio Di Maggio, che ha parlato di un incontro del senatore con Totó Riina suggellato da un bacio.

– Non mi piace baciare gli uomini – era stata la sulfurea replica di Andreotti. Nel sistema di relazioni ”pericolose” ricostruito dal processo di Palermo un ruolo centrale é assegnato a Salvo Lima, proconsole di Andreotti in Sicilia e capo di quella che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa definiva nel suo diario la ”famiglia politica piú inquinata dell’isola”. Lima aveva aderito alla corrente andreottiana nel 1968. Secondo i pm palermitani, avrebbe portato in dote un cospicuo pacchetto di tessere facendola diventare da piccola componente laziale a corrente nazionale della Dc. Con la mediazione di Lima sarebbero cominciati i rapporti di Andreotti con Cosa nostra che alla fine del 1979 avrebbero avuto una svolta drammatica. La mafia, per bocca di Stefano Bontade, avrebbe fatto sapere al senatore di non essere disposta a tollerare piú l’azione di rinnovamento avviata dal presidente della Regione, Piersanti Mattarella. Andreotti sarebbe venuto in Sicilia per tentare una mediazione e salvare la vita a Mattarella, cresciuto all’ombra di Aldo Moro. Sarebbe tornato dopo il delitto (6 gennaio 1980) per chiedere spiegazioni ancora a Bontade che aveva liquidato ogni discorso spiegando che ”qui comandiamo noi”.

Nel 1992 fu ucciso Salvo Lima perché, con i cugini Nino e Ignazio Salvo, non avrebbe garantito Totó Riina, nuovo capo della cupola mafiosa, sull’esito del maxiprocesso in Cassazione. Andreotti ha sempre negato rapporti e scambi con la mafia:

– Sono stato descritto come un traditore dei doveri di fedeltá allo Stato. Ma nessuno ha saputo dire in che cosa si fossero concretizzati i miei favori a questa gente.

Per lui era un punto nodale ”irrisolto perché inesistente”.

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