Andereotti: le mete mancate: dalla segreteria della Dc al Colle

Pubblicato il 06 maggio 2013 da redazione

ROMA  – Quirinale, segreteria della Dc, presidenza del Senato. Nella lunghissima carriera politica di Giulio Andreotti, sette volte presidente del consiglio, 21 volte ministro, sono queste le tre grandi ”incompiute”. E dire che, soprattutto per il Colle, il senatore a vita avrebbe fatto di tutto per arrivare alla meta. L’occasione buona la ebbe nel 1992, quando si trattava di decidere il successore di Francesco Cossiga. Nei giorni travagliati di quell’estate, giá segnata dai primi bagliori di tangentopoli, Andreotti, allora presidente del consiglio, da Palazzo Chigi, tesseva le fila della sua scalata all’ambita poltrona quirinalizia , cercando alleanze a tutto campo. Ne nacque una lotta sotto traccia con l’altro pretendente di Piazza del Gesú, il segretario Arnaldo Forlani. Il 13 maggio erano cominciate le votazioni e la Dc ancora non aveva un suo candidato. Il giorno seguente, Forlani andó a trovare Andreotti a Palazzo Chigi. Fino a quel momento i due avevano fatto pretattica, indicandosi l’un l’altro come il candidato ideale. Quella mattina, Forlani, non si sa quanto sinceramente, disse ad Andreotti che lui si faceva da parte e che gli lasciava campo libero. Gli andreottiani presero per buono l’annuncio e immediatamente si misero al lavoro per il loro leader. Ma, tempo tre quarti d’ora, il telefono di palazzo Chigi si mise a squillare. Era Enzo Scotti (allora uno dei capi del ”grande centro” democristiano.

– Mi dispiace, ma il nostro candidato é Forlani – disse seccamente a Paolo Cirino Pomicino, dall’altra parte del filo.

Vittima dei giochi di corrente della balena bianca, Andreotti serví a Forlani una fredda vendetta. Prima, nella riunione dei gruppi parlamentari che doveva ratificare la candidatura di Forlani, anche gli andreottiani votarono a favore del segretario della dc; poi, peró, il pomeriggio del 16 maggio, il gruppo dei fedelissimi di Giulio impallinarono Forlani, al quale fecero mancare 34 decisivi voti.

Per la segreteria del partito, invece, Andreotti non ebbe mai la possibilitá di candidarsi per davvero, non avendo mai goduto dell’appoggio degli altri leader del partito.Con Fanfani c’era stata rivalitá, con Moro incomprensione, con De Mita aperta ostilitá. Andreotti si é dovuto accontentare di essere un ”king maker”, favorendo le ascese e cadute dei vari segretari democristiani: Zaccagnini al posto di Fanfani nel ’75, Piccoli al posto di Zaccagnini nell’80, Forlani al posto di De Mita nel 1989. Ma per lui, l’eterno Giulio, nessuno mai propose la segreteria dello scudo crociato.

Altro ”fiasco” andreottiano, la presidenza del Senato. Candidato dal centrodestra contro Franco Marini nel 2006, Andreotti perse la sfida contro il suo ex compagno di partito nella democrazia cristiana, che, dopo qualche tribolazione, riuscí ad assicurarsi il pieno dei voti della coalizione del centrosinistra. Come contentino, Andreotti poté salire sullo scranno piú alto di Palazzo Madama all’inizio della precedente legislatura: presiedette la seduta inaugurale come senatore anziano, dopo le rinunce di Oscar Luigi Scalfaro e Rita Levi Montalcini.

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