L’addio al divo Giulio: folla di popolo e politici

Pubblicato il 07 maggio 2013 da redazione

ROMA – E’ probabile che quelli del senatore a vita Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e ventidue volte ministro – detentore dei segreti e delle leve del potere della Prima e di parte della Seconda Repubblica – siano ricordati come i funerali privati che hanno visto la più alta partecipazione di politici e autorità, presenti e passate. La ‘balena bianca’ al gran completo – o almeno tutto quel che ne resta – è arrivata, alla spicciolata, a rendere l’estremo omaggio allo statista democristiano, allievo prediletto di Alcide De Gasperi.

La ‘galassia’ dei vecchi, e meno vecchi ‘amici’ di partito, si è raccolta nella basilica di San Giovanni dei Fiorentini, a pochi passi dall’abitazione della famiglia Andreotti dove si è assiepata, già dal primo pomeriggio, una consistente folla di romani – ‘andreottiana’ nell’anima – in attesa delle esequie cominciate alle cinque in punto del pomeriggio. Senza un minuto di ritardo, parola bandita dal vocabolario e dalle abitudini del ‘divo’ Giulio.

Ecco Arnaldo Forlani, Paolo Cirino Pomicino, Ciriaco De Mita accompagnato da Marco Follini. Tra i banchi dove siedono i primi arrivati, protetti da un discreto cordone di sicurezza che fa arrivare sui banchi più vicini al feretro solo la cerchia, numerosa, degli ‘intimi, trovano posto Pierferdiando Casini e Lorenzo Cesa, l’ex premier Mario Monti e Gianni Letta che già in mattinata aveva incontrato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita alla camera ardente allestita nello storico appartamento del senatore che affaccia su Via Paola.

La circolazione degli autobus è stata sospesa. Quasi per ultimo – dopo di lui entra solo il sindaco Gianni Alemanno – fa il suo ingresso, quando il feretro è già davanti all’altare, il presidente del Senato Pietro Grasso che è sempre stato molto cauto nel processo per mafia dal quale Andreotti è uscito in parte assolto e in parte prescritto.

In chiesa, mentre il parroco di una vita, don Luigi Veturi, ricorda le messe mattutine e quotidiane del senatore accompagnato dalla moglie Livia, ci sono i giovani atleti in tuta della ‘magica’ Roma, la squadra del cuore del ‘divo’ Giulio, appassionato tifoso all’Olimpico. Il cuscino dei fiori del club giallorosso è quello più vicino alla bara di legno chiaro che racchiude le spoglie del politico morto in casa, a 94 anni. Solo le rose bianche della sua Livia, distese sul dorso della cassa con le semplici parole ”tua moglie”, hanno diritto a una prossimità maggiore.

Mescolati ai tanti romani – portieri di stabili del centro, suorine oblate, generone, habituè degli esclusivi circoli canottieri sul Tevere, e tanto popolo rimasto ‘scudocrociato’ – trovano spazio anche il ministro Maurizio Lupi, nuovo referente di Comunione e Liberazione dopo il tramonto di Roberto Formigoni, anche lui nella basilica; mentre i coristi accompagnano gli inni intonati dall’organo sacro. Elegante in tailleur scuro e chignon, un doppio filo di perle giganti bianche e grige, c’è anche Marisela Federici, la regina dei salotti romani. Dopo una sosta in mezzo ai ‘comuni’ cittadini, viene riconosciuta e può varcare l’area riservata. Gianluigi Rotondi si tiene un po’ ai margini, non lontano da Giuseppe Giulietti. Franco Carraro è già arrivato, come Nicola Mancino.

Tanti i giornalisti che si aggirano sotto le navate: è il funerale di un’epoca. Tra i fumi dell’incenso, esce, dopo un’ora esatta di funzione, il corteo numeroso dei concelebranti. C’è monsignor Rino Fisichella, ma nessun vescovo per l’addio al politico la cui fedeltà alla Santa Sede non è mai venuta meno. ‘Grande Giulio’, è il grido che si leva dalla folla all’uscita del feretro dalla chiesa. Un applauso la segue, così come era stato all’entrata. I corazzieri del Quirinale portano la grande corona del capo dello Stato che, con le rose di Livia, accompagneranno la sepoltura nel cimitero monumentale del Verano.

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