Nella Sala Umberto chiude la stagione con un “messaggio” di speranza

ROMA:- Sono le voci più conosciute ed amate nel mondo del doppiaggio: Francesco Pannofino regala la sua a George Clooney, Denzel WashingtonKurt RusselAntonio BanderasMickey Rourke,  Tom Hanks, Daniel Day-Lews e Jean-Claude Van Damme (l’elenco completo è troppo lungo), mentre Emanuela Rossi è la voce ufficiale di Michelle PfeifferRobin WrightKristin Scott Thomas, Emma ThompsonDebra WingerSissy Spacek e Rebecca De Mornay, ha doppiato anche Nicole Kidman, Kim Basinger, Angelina Jolie… ed anche in questo caso l’elenco è davvero infinito.

Da qualche anno a questa parte sono diventati anche dei volti da ammirare in tv e al teatro. Spetta proprio a loro chiudere la stagione alla Sala Umberto, uno dei teatri più prestigiosi nel cuore della Capitale, che ha visto il debutto di Ettore Petrolini nel 1911 e dove sono stati in cartellone nomi del calibro di Totò, Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Renato Rascel, Domenico Modugno.

 

Con “E’ andata così”, Francesco Pannofino ed Emanuela Rossi, raccontano la vita di oggi, reale, amara, stravolta sempre più spesso dall’arrivo di una cartella esattoriale per multe non pagate, come accade al protagonista, o per tanti altri motivi, come accade nella realtà.

Ad interpretare i figli di Pannofino-Rossi, coppia sul palcoscenico e nella vita, Eugenia Costantini e Alessandro Marventi. La commedia porta la firma di Giacomo Ciarrapico e la regia di Claudio Boccaccini.

Capita così, nella vita ancor più che in teatro, che un giorno ci si ritrova a fare i conti con la realtà.  E allora si scatena il disagio perché il lavoro va male o non c’è più, perché la crisi ha un effetto domino e prima o poi fa cadere tutti. Come il protagonista di “E’ andata così”, un agente di viaggio costretto a chiudere la sua agenzia non senza prima aver accumulato debiti nella speranza che il “momento” prima o poi passasse per poter tornare in carreggiata presto, prima ancora che gli effetti devastanti della mancanza di un lavoro e quindi di un’entrata economica, arrivassero a ripercuotersi su tutta la famiglia, a minarne gli affetti.

Allora si provano a fare due conti, tentando di approntare piani strategici non per risparmiare, ma per spendere meno, il meno possibile. Come prima soluzione, non resta che lasciare la città e tornare nella casa al “paesello”, in questo caso a Tagliacozzo, per evitare almeno di non pagare l’affitto, per sperare di non affondare ancor di più, perché nei piccoli centri la vita costa meno, ci si arrangia. E già avere una casetta, un “piano b”, è un privilegio. Ma ci sono i ragazzi, con la loro vita, il futuro che stanno costruendo, tra studi e amori e passioni. E allora si cerca di tirare avanti, di cercare un lavoro, uno qualsiasi, magari anche in call-center, nel tentativo di non stravolgere ancor di più la vita dei figli, per reprimere le ansie di non aver saputo garantire un avvenire ai “cuccioli”… chi poteva pensare che sarebbe andata così.  Ma lo scenario non è affatto rassicurante, non si può contare su tante soluzioni, e la prima ipotesi è quella di provare a chiedere un prestito… neanche a parlare, quando si è tutti affamati, diventa difficile dividersi un pezzo di pane, e allora non resta che parlarsi, per affrontare insieme il cambio di rotta nella maniera meno dolorosa possibile. Parlare, alzare la voce magari, per fare i conti con la realtà, tra il ricordo delle speranze di un tempo dei capofamiglia, anche da giovani senza una lira ma almeno con un futuro carico di promesse, ed i ragazzi, senza un euro e con un futuro per nulla generoso, ma forse più consapevoli di quanto si pensi, del dramma in corso, tanto che per pagarsi la retta all’università non esitano a cercarsi un lavoretto, e trovarlo ha il sapore del miracolo, per non pesare sulla famiglia, nella speranza di rasserenare gli animi.

 

La commedia scivola, tra amarezza, risate e ironia che non può mancare soprattutto in questi momenti, accendendo una speranza: a volte, la soluzione per risalire la china è proprio vicina, addirittura dentro casa, magari in qualcosa che fino a ieri si è snobbato, come la passione di un figlio.

Al di là delle trovate teatrali, il “messaggio” non è poi così irreale, e chissà se tornando a casa gli spettatori, che hanno condiviso ogni situazione, pensiero, ogni stato d’animo dei personaggi sul palcoscenico, si siano ritrovati a pensare alle passioni del figlio, ripromettendosi di non sottovalutarle più, perché potrebbe essere proprio in quella “fissazione”, osteggiata e criticata, la soluzione per uscire dal tunnel. D’altra parte, dove cercarla se non nei giovani la speranza in un futuro?

 Giovanna Chiarilli

  

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