Analisi – Il Venezuela al bivio

Pubblicato il 29 maggio 2013 da redazione

CARACAS – Che l’economia navigasse in acque agitate, ormai più nessuno ne dubitava. Si attendeva, comunque, la conferma ufficiale. E questa, seppure indirettamente, é giunta nei giorni scorsi. Come interpretare, altrimenti, l’incontro tra il capo dello Stato con Lorenzo Mendoza, presidente di “Empresas Polar”; incontro, questo, impensabile appena qualche mese fa, se non qualche settimana fa? O la riunione sostenuta dal ministro della Finanza, Nelson Merentes, con oltre 400 imprenditori; riunione alla quale ha fatto seguito la creazione di tavoli di lavoro integrati da industriali e rappresentanti dei ministri dell’area economica?

L’inflazione del 4,1 per cento ad aprile e l’indice di carestia di oltre il 20 per cento, illustrano, in termini tecnici, la realtà che vive oggi il Paese. Una realtà che, nella quotidianità, si traduce nella perdita del potere d’acquisto del cittadino e, indirettamente, nel deterioramento della sua qualità di vita. Ma quel che é più grave è l’assenza assoluta dagli scaffali dei supermarket di un numero sempre maggiore di prodotti: alcuni superflui ed altri, come la carta igienica nelle ultime settimane, di prima necessità. Le importazioni del governo dall’Argentina, dal Brasile, dalla Bolivia, dalla Cina, dall’Ecuador o dall’Iran, solo per nominare alcuni dei paesi dove il Venezuela acquista ciò che già non produce, e il controllo dei prezzi non sono più sufficienti né a frenare  l’incalzare del costo della vita, né ad evitare l’assenza dei prodotti nei supermarket, né ad evitare nei venezolani una sensazione di crescente povertà, di emergenza e di crisi.

Indicatori economici come l’inflazione e l’indice di carestia, in un paese petrolifero, sarebbero difficilmente spiegabili se non s’illustrasse la congiuntura particolare che oggi vive l’intero reparto commerciale e industriale; una congiuntura in cui i guadagni ottenuti dalla vendita del greggio sono sempre maggiori ma, allo stesso tempo, ogni giorno più sterili. In altre parole, non riescono più a stimolare la crescita dell’economia.

Stando ad una ricerca di Confindustria, delle 600 mila attività commerciali esistenti nel 1990, oggi ne restano 300 mila. E’ vero che l’attività commerciale è assai dinamica, volatile e soggetta ai venti della moda e ai capricci del mercato. Ma lo è anche che la mortalità assai elevata, in economie dinamiche e in crescita, è contrarrestata dalla creazione di un numero altrettanto importante di nuove attività. Questo, purtroppo, non è il caso del Venezuela.

Anche il panorama industrale, oggi, non è dei migliori. Anzi… Di circa 13mila aziende produttive esistenti nel 1990 oggi ne sopravvivono appena 7mila. Un deterioramento preoccupante del tessuto industriale; una perdita devastante per l’intera economia che la nascita di cooperative non può colmare. Le piccole e medie imprese, che costituiscono un patrimonio per qualunque nazione, visto le caratteristiche strutturali del settore, sono intensive di mano d’opera e capaci di svilupparsi anche in funzione della conquista di nicchie di mercato all’estero.

La crisi commerciale-industriale ha avuto ovviamente riflessi sull’impiego. Stando a indagini e rilevazioni statistiche, realizzate da enti pubblici e privati, i posti  di lavoro in crescita sono quelli peggio retribuiti. L’80 per cento dei lavoratori guadagna meno di due salari. Inoltre, i venezolani in età di lavoro che non trovano una occupazione o sono impiegati nel settore informale – leggasi, moto-taxi, rivenditori di Cd illegali, e così via – rappresentano il 40 per cento del totale: circa 5 milioni e 400 mila.

Per evitare le proteste popolari, e migliorare la qualità di vita delle popolazioni più umili, il governo ha creato un numero importante di ammortizzatori sociali. Le “misiones”, come sono state battezzate, richiedono però enormi quantità di denaro.

In un recente convegno organizzato da Reuters a New York, per analizzare la problematica degli investimenti stranieri in America Latina, l’agenzia di rating Moody’s ha reso noto che prevede nei prossimi mesi nuove emissioni di “Titoli di Pdvsa”, dalle quali si spera ottenere le valute necessarie a soddisfare le necessità del Paese. Sempre secondo Moody’s, l’incremento del debito estero subirà una impennata e supererà le somme contratte a suo tempo dal presidente Chàvez.

L’analista di Moody’s, Mauro Leon, nel convegno segnalato ha sottolineato che “le conclusioni alle quali è arrivata l’agenzia di rating sono semplici: l’economia venezolana attraversa grosse difficoltà e dovrà chiedere denaro ai mercati internazionali”.

Moody’s spiega che per il momento non ci dovrebbe essere il rischio di una dichiarazione di cessazione dei pagamenti del debito estero venezolano, che rappresenterebbe una grave inadempienza. Ma già solo l’aver preso in considerazione una tale possibilità la dice lunga sulla situazione economica del Paese.

Ma, nonostante tutto, il Venezuela, non ci stancheremo di scriverlo, è, e continuerà ad essere, un Paese dalle grandi opportunità. Lo dimostra l’interesse sempre molto alto degli industriali dei paesi europei, asiatici e ovviamente degli Stati Uniti che cercano di costruire accordi e joint venture con le imprese locali.

Il governo del presidente Maduro, oggi, deve operare principalmente su due fronti: quello politico e quello economico. Nel primo, pesa enormemente il risultato del 14 aprile. L’esame delle urne ha indebolito il capo dello Stato. Il Paese appare più che mai diviso. Scomparsi i grigi solo restano il bianco e il nero, governo e opposizione. Ma quest’ultima, negli ultimi mesi, è cresciuta. Rappresenta quasi la metà dell’elettorato, del Paese. Fino a quando il presidente Maduro potrà continuare a negare questa realtà? Fino a quando potrà continuare a disconoscere l’esistenza di una opposizione che cresce ed interpreta il malessere che serpeggia tra i venezolani?

Nell’ambito economico, poi, deve fare i conti con un modello che non è riuscito a dare i frutti sperati; un modello che fa fatica ad imporsi e che ha necessariamente bisogno di qualche correzione. La sfida che, a nostro avviso, dovrà affrontare il capo dello Sato nei mesi a venire sarà quella di trovare il giusto equilibrio tra tutti gli attori. L’apertura alle aziende private, in primis a “Empresas Polar”, è il riconoscimento tacito della necessità di un colpo di timone per dare i primi passi verso un modello di sviluppo più equo che permetta la crescita economica della nazione. Nelle prossime settimane si saprà se prevarranno i criteri dei “falchi” o delle “colombe”. Insomma, se si avranno cambi importanti nelle strategie economich.

Mauro Bafile

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