Micheloni (Pd): “E’ prioritario intervenire sulle riforme costituzionali”

Pubblicato il 29 maggio 2013 da redazione

ROMA  – Prima riunione operativa, al Senato, del Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero, che in questa Legislatura potrà contare su mezzi adeguati alle sue funzioni e un ottimo spirito di collaborazione da parte di tutti i suoi componenti.

Per questo il senatore Claudio Micheloni, che ne è il presidente, non nasconde il suo ottimismo per quanto il Cqie potrà fare in Parlamento, intervenendo su questioni importanti come le riforme costituzionali e della rappresentanza, senza dimenticare l’Imu e i rapporti con la Farnesina.

Tra i primi impegni, infatti, un’audizione col il Vice Ministro con la delega agli italiani nel mondo, Bruno Archi.

–  Senatore Micheloni, la rapida costituzione del Comitato ha suscitato soddisfazione tra coloro che fuori e dentro il Parlamento si interessano di italiani all’estero. Ma come può essere un effettivo centro di propulsione dell’attività legislativa e non correre il rischio di diventare una sorta di cassetto dei sogni?

–  Non credo che questi, in Italia, siano i tempi dei sogni, per nessuno. Ci vuole, al contrario, una buona dose di realismo. Abbiamo avuto la prima riunione operativa del Cqie. Sono molto soddisfatto del clima che ho trovato presso tutte le forze politiche che lo compongono. Abbiamo parlato con molta chiarezza dei 16 punti che ho proposto come linea di azione e enucleato alcune priorità: tutti i punti hanno un grande significato politico, ma non ci facciamo illusione di poterli trattare tutti. Detto questo, sono anche stato molto sorpreso degli strumenti che il Senato ci mette a disposizione in questa Legislatura: siamo praticamente assimilati ad una commissione. Oltre a poter avere una Segreteria, il Comitato è stato collegato agli Affari Internazionali del Senato, dunque non saremo più semplicemente supportati dalla Commissione Affari Esteri, che nel passato, per altro, lo ha fatto benissimo. Essere nel servizio degli Affari Internazionali significa anche avere il personale necessario per lavorare. Dico questo per togliermi degli alibi: non posso dire di non avere mezzi. Non ci chiamiamo “commissione”, perché bisognerebbe modificare il regolamento del Senato e non è pensabile farlo in questo momento. Ma non ci sono problemi né di riconoscimento né di mezzi.

–  Dopo la pubblicazione del suo programma si sono registrate sollecitazioni su alcune materie. Mi riferisco, in particolare, all’Imu e alla riforma del voto all’estero. Sul piano operativo, come vi muoverete?

Abbiamo già preso decisioni ben precise. Sull’Imu: non ho inserito il tema nei 16 punti, ma non è stata una dimenticanza. Semplicemente l’Imu è all’ordine del giorno nel decreto affidato alla Camera. Noi ci auguriamo che i colleghi alla Camera risolvano il problema: cioè far sì che la casa degli italiani all’estero sia considerata prima casa e non seconda. Qualora il decreto arrivasse in Senato col problema irrisolto, ci sarà una riunione specifica del Comitato per definire una posizione comune che porteremo nei nostri Gruppi. Prioritario,poi, è intervenire sulle riforme costituzionali: oggi in Senato comincia il lavoro sulle mozioni. Come vogliamo intervenire? Con un’azione politica di alto profilo, che preceda il lavoro delle singole proposte di articolati e emendamenti quando le riforme prenderanno corpo. La vera domanda cui rispondere è: ha senso la presenza dei 18 eletti all’estero nel Parlamento nazionale? Questo tema non è solo italiano; dalla nostra esperienza diversi Paesi hanno imboccato questa strada – Spagna, Francia, Romania e Croazia, che dal 1° giugno entra nell’Ue. Quindi abbiamo pensato di organizzare un colloquio internazionale in Senato prima della pausa estiva, proprio intervenire all’inizio del dibattito istituzionale, invitando i parlamentari di questi Paesi che rappresentano le loro comunità emigrate. Proprio per capire se abbiamo senso o no: ne discuteremo con le Commissioni Affari Esteri, con il Ministro Quagliarello, ma anche con i vicepresidenti dell’Ue e, forse, con il Cgie. Dalla risposta che verrà si potrà parlare dell’ordinaria amministrazione, cioè come si vota o per quale Camera.

–  Voi, però, ve la sarete data una risposta? Avete senso o no?

 –  Io, a luglio dell’anno scorso, dissi che se la politica italiana pensava che i 18 eletti all’estero fossero utili solo alle comunità emigrate e non all’Italia, allora sarei stato il primo a dire “cancelliamo la legge”. La nostra presenza in Parlamento non è determinante per gli italiani all’estero ma per l’Italia, purché l’Italia, la politica e i partiti italiani lo capiscano. Con gli altri 5 colleghi eletti all’estero siamo molto vicini su questa visione e tutti vogliamo trasmettere questo messaggio culturale, prima che politico in questo colloquio, in grado di coinvolgere altri stati e il parlamento europeo. Perché anche lì non si può dire che abbiamo risolto il problema dei 28 milioni di migranti interni all’Ue che possono votare nei paesi di residenza. Questo non ci dà né visibilità né accesso al Parlamento europeo, né possiamo contribuire alla costruzione della cittadinanza materiale europea, che va avanti lasciata in mano ai politici che spesso non sanno di che parlano. Vogliamo dare un segnale di questo profilo, entro luglio. Questo incontro ha già avuto il placet del Presidente Grasso, che mi ha ricevuto lunedì: gli ho illustrato i punti del comitato, ho raccolto apprezzamenti e i suoi auguri di buon lavoro per tutti i componenti. Ci ha dato la sua disponibilità per l’incontro e quindi oggi partirà la richiesta ufficiale.

 –  Riforma Comites e Cgie. Nella scorsa Legislatura, il Senato ha approvato un testo di riforma, poi arenatosi alla Camera. Riprenderete quel testo?

 –  Ne abbiamo, perché questo tema ha la stessa urgenza delle riforme costituzionali. Ripresentare il testo già approvato dal Senato significherebbe avere una sorta di “corsia preferenziale”, garantire alla riforma un iter molto rapido. Ma non siamo entrati nel merito. Quel testo, ma questa è la mia opinione, non era perfetto: lo dissi l’anno scorso prima della votazione finale. Durante la riunione abbiamo consegnato quel testo a tutti e al prossimo incontro valuteremo quali modifiche apportare. Dopodiché lo depositeremo, se possibile, come Comitato, non come singoli senatori, perché renderebbe l’iter ancora più veloce. Il senatore Pegorer – che faceva parte del Cqie anche la scorsa Legislatura – ha suggerito un incontro informale coi colleghi della Camera per costruire sulle modifiche il consenso che non c’è stato la scorsa volta. Con una precisazione: qualsiasi cosa si faccia, non si può mettere in discussione il rinnovo di Comites e Cgie. Non accetteremo alcun ulteriore rinvio. Su questo siamo tutti d’accordo. Aggiungo, se posso, una considerazione personale.

– Prego…

–  Mi auguro che il Cgie si sia reso conto che, anche se non perfetto, il lavoro della passata Legislatura era l’unico tentativo possibile per salvare la rappresentanza degli italiani all’estero, così che fosse anche il baluardo per i parlamentari. Ciò che è stato scritto dai saggi fa capire perché cercavo di attirare l’attenzione del Cgie sulla realtà della politica italiana che non era più convinta della forma della nostra rappresentanza. I fatti ora lo dimostrano. Se c’è la presa di coscienza di tutti di dover adattare le nostre rappresentanze sia alle mutate condizioni delle nostre comunità che al bisogno di rinnovamento dell’Italia, allora potremo rapidamente trovare un accordo. Se si resta nelle proprie posizioni e guardiamo indietro per difendere gli interessi – profondamente ramificati – di enti e strutture che vivono sull’emigrazione e non per l’emigrazione, allora ognuno farà il suo lavoro. 

D. Neanche le associazioni erano contente di quella riforma.

R. Le associazioni sono gli elementi vitali delle comunità all’estero. Nei paesi dove l’associazionismo è semi scomparso i processi di integrazione sono di pessima qualità, mentre dove è vivo, l’integrazione è migliore. La vita delle associazioni, tutte senza distinzione, è fondamentale. Ma dobbiamo metterci d’accordo: io parlo delle associazioni che sono espressione fondamentale della vita sociale delle democrazie. Di quelle che vivono sul territorio, grandi e piccole, regionali o nazionali, politiche o neutre. Sono “laico” su questo punto. Ma non lo sono affatto con chi vuole strumentalizzarle per creare a Roma dei centri di interesse, cui non corrisponde una presenza sul territorio. Queste non le considero. Ed è qui che c’è stato – e mi auguro che ci non sarà più – il conflitto. Anche nel testo approvato, le associazioni stanno alla base dei Comites. Guardi che è successo a Copenaghen con le elezioni annullate per mancanza di liste. Forse perché in quella città non ci sono associazioni? Io lavoro in un Gruppo in Senato sempre molto sensibile e laico nei confronti degli italiani all’estero. Ho avuto sempre un grosso sostegno, e non ho mai pensato agli interessi di parte o di organizzazioni vicine al nostro partito. Penso che continuerà ad essere così. Ma ci vuole chiarezza e un po’ di onestà intellettuale. Le cose sono cambiate. Alcune sigle storiche si devono adeguare alla realtà del territorio.

D. Lei ci ha spiegato gli strumenti che ha a disposizione questo Comitato che restano relegati nell’ambito di una sia pur forte azione consultiva. Come cambierebbero, trasformando il Comitato in Giunta o in Commissione permanente?

–  Sarebbe utile essere una Giunta o una Commissione ma, ripeto, la modifica è complessa. Mi consenta di dire, però, che in un Parlamento sottovalutare il ruolo consultivo di un Comitato formato come una commissione, cioè con tutte le forze politiche rappresentate in proporzione, sottovalutando il suo peso politico, sarebbe una visione miope. Le faccio un esempio: tutti gli eletti alle’stero presenteranno emendamenti sull’Imu, ma avranno più peso interventi singoli e quello di un gruppo di parlamentari che rappresentano l’insieme dei gruppi presenti in Aula? E questo vale per tutto. Se riusciamo ad elevare il dibattito sul voto e le riforme, avrà senz’altro più peso rispetto alla proposta di un unico senatore. Non bisogna guardare solo all’involucro, ma ai contenuti. Il nostro lavoro non sarà solo consultivo, si trasformerà in atti politici che porteremo all’attenzione delle commissioni competenti. I 16 punti del nostro programma interessano tutte le 14 commissioni permanenti: a loro il Comitato farà presente il suo parere. Non credo che nessuna Commissione lo ignorerà, mentre in passato è stato ignorato il parere dei singoli senatori.

–  Un’ultima domanda: venerdì scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato le deleghe al Vice Ministro Archi.

–  È la prima audizione che abbiamo chiesto. Se sarà possibile, già mercoledì prossimo. Vogliamo capire quali sono le intenzioni del Ministero su rete consolare e promozione di lingua e cultura, altri temi urgenti. La prima audizione sarà per ascoltare. Le altre saranno convocate perché lui ascolti noi. 

Giuseppe Della Noce
Direttore Agenzia Aise

 

 

 

 

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