Renzo Arbore nell’IIC di NY, il ritmo nero che parla siciliano

Pubblicato il 07 giugno 2013 da redazione

NEW YORK: Brillante come sempre, ironico e masticando anche di tanto in tanto un inglese corretto ma con l’inconfondibile accento del nostro sud, Renzo Arbore ha raccontato al folto pubblico riunito nel nostro Istituto di Cultura di New York,  la storia dei tanti autori e musicisti di jazz di origine italiana.

Partivano con una valigia di cartone in cui spesso portavano note musicali che avrebbero riempito l’aria delle cittá americane in cui sbarcavano. Di giorno lavoravano come ciabattini o muratori e di notte prendevano uno strumento musicale e diluivano nella musica nostalgie e voglia di vivere.

A New Orleans, patria del jazz, gli immigrati italiani che diventarono famosi con la loro musica arrivavano in gran parte dalla Sicilia, in particolare da Salaparuta, in provincia di Trapani. Tra loro Girolamo La Rocca che in patria suonava il cornetto nella Banda del paese ma che sognava i figli dottori.

Contrariamente al suo desiderio e superando tutte le proibizioni del padre, uno di loro, James Dominique, ne aveva ereditato la passione per la musica e fin da piccolo gli rubava quel cornetto sbarcato dall’Italia, per suonare e suonare. Una passione inutilmente contrastata dal padre Girolamo che lavorava sodo per farlo studiare e vederlo un giorno con un camice bianco rispettato e ammirato nelle corsie di un ospedale.

Alla sua morte James Dominique aveva poco piú di quindici anni e, ormai libero dalle costrizioni paterne, si dedicó alla sua vera passione: la musica. Il successo non si fece attendere e l’unico cruccio di James Dominique, conosciuto da tutti come Nick La Rocca, fu che il padre non poté vedere la sua ascesa. Nick La Rocca forma la prima orchestra Jazz, la Original Dixieland Jass Band (poi diventata Original Dixieland Jazz Band). Pare che il nome jazz sia diventato tale dopo che Nick La Rocca vide un suo manifesto al quale, dalla parola jass era stata cancellata la j, rimanendo unicamente ass, una parolaccia nel gergo americano.  E fu Nick La Rocca con la sua Original Dixieland Jazz Band a incidere il primo disco di Jazz. Si chiamava Livery Stable Blues e, nel giro di pochi mesi, arrivò a vendere un milione e mezzo di copie a 0,75 dollari l’una. Un enorme successo che rese tanto famosa la Original Dixieland Jazz Band che La Rocca e il suo gruppo furono contrattati per importanti tournée a Chicago, New York, Londra ecc.

Arbore anticipa alcune delle ricerche fatte per creare un documentario che restituisce il giusto merito a tanti musicisti italiani, emigrati tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, che hanno fortemente contribuito a scrivere la storia del jazz. Molti di loro non sapevano leggere e tanto meno scrivere la musica, ma avevano il ritmo nel sangue e nelle loro improvvisazioni mescolavano antichi ritmi siciliani con le note assorbite nella nuova patria.

E cosí mentre in Argentina gli immigrati italiani contribuivano a far nascere il tango, negli Usa si inserivano nel jazz, condividendone la passione con i neri. Filoni musicali che venivano espressi dalle classi piú umili, quelle che vivevano ai margini della societá, ma anche quelle che erano piú aperte al sogno e alla voglia di lottare e andare avanti.

Arbore nel suo viaggio alla ricerca di musicisti di origine italiana snocciola nomi che nel tempo si sono americanizzati. Li toglie dall’anonimato restituendo loro l’orgoglio delle origini e il giusto posto nella storia.

Ed é con orgoglio che gli italo-americani in sala lo ascoltano ricordando ancora oggi quell’infanzia e adolescenza in cui si vergognavano di essere italiani.

Il racconto di Arbore, la sua lunga, appassionata ricerca, sono un ulteriore tassello verso il riscatto di intere generazioni che hanno contribuito alla crescita degli Stati Uniti. E’ la stessa storia di tanti altri italiani che in ogni angolo hanno portato lavoro, valori, e soprattutto creativitá, sogni e una tenacia capace di sciogliere i confini.

Mariza Bafile

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