A Molfetta, una strada intitolata ai Molfettesi del Venezuela

ROMA:- Gli italiani che hanno sorvolato oceani, monti e deserti per andare a creare altre radici in altre terre, hanno lasciato tracce indelebili del loro passaggio. Anche nella toponomastica. Hanno costruito strade, ponti, ospedali, scuole, intere città, e hanno scelto nomi italiani; su ogni pezzo di terra da loro calpestato, hanno creato un “altrove italiano”. Strade, ponti, ospedali, scuole, statue, intere città, come a segnare un territorio, o a evocare, attraverso nomi, una terra, l’Italia, che i più vasti oceani, i monti più inaccessibili ed i deserti infiniti non sono riusciti ad allontanare.

Non hanno dimenticato nulla dell’Italia: città, monti, simboli, persino per i nostri “eroi” hanno innalzato monumenti, e la “battaglia” che oggi gli Italiani a Buenos Aires stanno portando avanti per difendere  “il nostro Cristoforo Colombo”, è solo l’ultimo esempio di un legame che lambisce la venerazione. Dalle pagine de “La Tribuna Italiana”, settimanale edito in Argentina, è Walter Ciccione a mantenere alta l’attenzione e l’indignazione della collettività italiana che si rifiuta di accettare il trasloco del monumento ad altra destinazione, in pratica, una sorta di profanazione di un luogo-simbolo.

A guidarci in questo percorso alla scoperta della toponomastica creata dai nostri connazionali all’estero, a capirne le più profonde motivazioni, il Professor Enzo Caffarelli, tra i rari studiosi di onomastica che considera la materia “non una disciplina esclusivamente linguistica, ma autonoma e strettamente legata a molte altre, dalla storia alla geografia, dall’antropologia ed etnografia alla letteratura e alla filologia, dalla psicologia alla sociologia, dal diritto alla storia in generale e dalla storia delle religioni alla storia delle tradizioni culturali e popolari”. Per questo considera la “motivazione”, ossia la ragione o le ragioni per le quali viene assegnato un nome a un luogo, a una persona, a un animale o a un qualsiasi oggetto, altrettanto e a volte più importante dell’etimologia, ovvero il significato originale e letterale di quel nome. Una materia, l’onomastica, che secondo il Professor Caffarelli potrebbe trovare spazio nelle scuole, con differenti metodologie e a vari livelli, oggi anche in una prospettiva interculturale di migliore conoscenza tra persone di lingua, cultura e tradizione differente.

“Il nome – secondo il Professor Caffarelli – rappresenta in ogni ambito la storia, la memoria, il ricordo, i progetti dei nostri avi e dei nostri discendenti. Non a caso, nell’onomastica personale, è stata viva per secoli, e lo è ancora nel Meridione italiano, la tradizione di imporre ai nuovi nati il nome di nonni, zii, padrini e madrine. Lo stesso vale per le radici territoriali, linguistiche e culturali. Gli emigrati che fondavano nuove colonie in Paesi lontani erano soliti dar loro il nome di una città italiana, talvolta preceduto dall’aggettivo “nuovo”. La pratica è antica: alcune città della Magna Grecia erano il duplicato toponomastico di centri della Grecia; i conquistadores spagnoli imposero a luoghi delle Americhe i nomi di centri abitati della penisola iberica; Canada, Stati Uniti, Australia e altri paesi anglofoni abbondano di nomi di città o regioni europee, spesso preceduti da un ‘new’.

Quando non sono nati nuovi centri abitati, è stato comunque  possibile dare un nome a colli, valli, laghi, parchi, giardini, e negli Stati Uniti, ad esempio, li troviamo numerosissimi, ad ogni latitudine e longitudine. Non è solo un modo per ricordare le origini, ma anche una strategia per mantenere un legame, anche attraverso gemellaggi, iniziative culturali e sociali, feste e raduni”.  Migliaia sono i nomi italiani che oggi, in ogni angolo del mondo, ricordano il passaggio dei nostri emigrati, “a cominciare da Syracuse, città dell’Ohio. Per restare ai toponimi siciliani, Palermo è una cittadina californiana, un paese anche in Illinois, Kansas, Ohio e West Virginia, e denomina un’altra trentina di siti; Gela è nel North Carolina. Fra i toponimi campani – continua il Professor Caffarelli – i centri abitati di nome Sorrento sono almeno otto, oltre a un tunnel nell’Ohio, una baia nel Maine, ecc.;  Pompeii (con due i) si trova nel Michigan (e un corso d’acqua nel Kentucky); un parco Benevento è nel Massachussetts; Capri dà nome a villaggi, miniere, laghi e naturalmente isole; Naples è nome di luogo diffusissimo, soprattutto in California e in Florida, e almeno presso New York un paese si chiama proprio Napoli. Nello Stato di New York un piccolo centro è denominato Apulia; almeno due isole, in Florida e in Pennsylvania, sono state battezzate Sicily, come pure un paese dell’Illinois, una miniera in California, ecc. (la lista è lunghissima). Assai frequente è anche il toponimo Sardinia. Per non dire dell’Etna: la “Montagna” catanese individua un centinaio tra centri abitati, edifici, scuole, miniere, valli, laghi, cimiteri, chiese, ruscelli e naturalmente una montagna, in California. Ma in America non è ricordato soltanto il Sud – precisa il Professor Caffarelli –  Bologna è un lago del Minnesota, una cala nell’Oregon, un eliporto in Pennsylvania; Verona è una cittadina in Arkansas, in California, nell’Indiana e nell’Illinois, e presente in ben 27 diversi States, forse grazie anche alla popolarità shakespeariana di Giulietta e Romeo; Venetia (con la t) è un centro abitato almeno in Florida, Pennsylvania e Texas (e Venice è tre volte più frequente); una “Venezia” è in Arizona. Ancora, ci sono cittadine chiamate Milano, Texas; Torino, Illinois; Genova, Missouri e Genova, New Mexico (ma Genoa all’inglese ricorre una settantina di volte), Roma, California (e Rome in altri 18 Stati, con Latium nel Texas). C’è anche una Italia, in Florida. E ci sono poi i luoghi che ricordano personaggi celebri: in testa Colombo, anzi Columbus in inglese. Altrove, i toponimi italiani si ritrovano largamente in America Latina, specie in Brasile e in Argentina, e in Australia”. Numerosissimi, inoltre, i centri presenti nel mondo dal nome “Cavour”: nel South Dakota, nel 1879, venne fondata un villaggio “Cavour”, ma non era abbastanza, e allora anche al lago venne dato lo stesso nome; un’altra Cavour è stata fondata nella Contea di Forest, sempre negli Usa, così come in Argentina (Santa Fè), e infinite sono le “Cavour Ave” o “Cavour St”  negli Stati Uniti, e le strade con questo nome in Uruguay, Argentina, Francia e Gran Bretagna.

Anche in Italia, in molti paesi, c’è una strada, un vicolo, una piazza, dedicati a chi è andato via, un modo per non dimenticarli, per regalare loro un pezzo della terra dove affondano le proprie radici, le vere radici, per far nascere un ricordo in chi, leggendo quella targa toponomastica, fa volare il pensiero fino a raggiungere un volto che sorride sotto un altro cielo. “Il caso più notevole – spiega il Professor Vincenzo Caffarelli, Direttore editoriale del Dizionario dell’Emigrazione Italiana nel Mondo (a cura di Tiziana Grassi e Mina Cappussi) per il quale cura una copiosa appendice interamente dedicata alla toponomastica “creata” dall’emigrazione – è quello di Molfetta, in provincia di Bari, che nella sua toponimia urbana conta le vie dei Molfettesi d’America, dei Molfettesi d’Argentina e dei Molfettesi del Venezuela, oltre a una via Freemantle che ricorda la località dell’Australia occidentale dove risiede una densa comunità di molfettesi, specializzati nella pesca”.

Numerosissime anche le “Piazza degli Emigranti” e le “Via degli Emigranti”, presenti in ogni regione, in particolare in Puglia, Calabria, Abruzzo, Molise, Basilicata e nelle regioni del Nord-est.

E non manca una toponomastica “ispirata” da una grande tragedia che ha coinvolto 136 italiani:  in 17 comuni italiani, una via o una piazza ricorda i morti di Marcinelle. Con la dicitura Caduti di Marcinelle a Gualdo Tadino (Perugia), Milano, Penne (Pescara) e Viadana (Mantova); come Martiri del lavoro di Marcinelle a Peschiera del Garda (Verona) e come Martiri di Marcinelle a Montebelluna (Treviso), Racale e Tuglie (Lecce), Turrivaligiani (Pescara); una via Vittime di Marcinelle si trova a Salice Salentino (Lecce).

In un secolo di esodo, moltissimi gli italiani che con grande determinazione sono riusciti ad emergere, a conquistare uno spazio prestigioso nelle società d’accoglienza. E la loro fama è tornata in Italia, magari forse un po’ troppo tardi per poter tributare altri onori. A loro sono dedicate strade e piazze, quasi come un “risarcimento morale”. Ad Ortucchio, piccolo centro in provincia de L’Aquila, la piazza antistante il Comune è dedicata ad Alfred Zampa, un iron worker diventato una vera leggenda negli Stati Uniti; a lui, caduto nel vuoto mentre costruiva il Golden Gate (salvo per miracolo e subito tornato sui ponti, a “metà strada tra il paradiso e l’inferno”, come chiamò la sua associazione nata per difendere i diritti di questa categoria di lavoratori), lo Stato della California ha dedicato l’Alfred Zampa Memorial Bridge a ricordarne le gesta: solo un altro italiano, Giovanni da Verrazzano, può vantare un ponte alla sua memoria anche all’estero (New York). Per continuare l’elenco degli italiani che hanno conquistato una certa fama, per le più svariate ragioni, anche Sacco e Vanzetti (accusati di omicidio; ingiustamente, come confermato dal Governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, che nel 1977 riconobbe ufficialmente gli errori commessi durante il processo) sono ricordati in 150 Comuni italiani, mentre al poliziotto Joe Petrosino (che ha pagato con la vita la lotta alla mafia) la sua città, Padula (Salerno) ha dedicato una casa-museo e una strada.

E da qualche giorno (l’inaugurazione è avvenuta lo scorso 22 maggio), anche Roma ha un “Giardino Italiani nel Mondo”. Emblematicamente a due passi dal Ponte della Musica… ad evocare, forse, i tanti ponti, fisici e metaforici che gli italiani all’estero hanno dovuto attraversare. E’ il primo caso, come ci conferma il Professor Caffarelli, di uno spazio dedicato a tutti, ma proprio tutti, gli Italiani nel Mondo, a quelli di ieri, a quelli di oggi, e a quelli che continueranno ad andare per le vie del mondo.

Giovanna Chiarilli

 

La lunga esperienza del prof. Enzo Caffarelli

ROMA:- Enzo Caffarelli ha fondato e dirige dal 1995 la «Rivista Italiana di Onomastica» e “Chiamare l’Italia per nome”. Ha fondato ed è coordinatore scientifico del Laboratorio Internazionale di Onomastica (in acronimo: LIOn) presso la ex Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma 2 “Tor Vergata”. È tra i docenti del Master di I livello “Linguistica & Onomastica”, attivato dallo IaD dell’Università di Tor Vergata.

È membro di tutte le maggiori associazioni di onomastica internazionali e fa parte del comitato scientifico di congressi, seminari, riviste e collane di pubblicazioni in vari Paesi del mondo.
Tra le sue pubblicazioni più importanti, i due volumi “I cognomi d’Italia. Dizionario storico ed etimologico” (Torino, UTET 2008, con Carla Marcato), e “L’onomastica personale nella città di Roma dalla fine del secolo XIX ad oggi” (Tubinga, Niemeyer 1996).

È tra i co-autori, nella sezione di onomastica, della “Enciclopedia dell’Italiano” (Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana 2010-11), della “Enciclopedia della cultura italiana” (diretta da Luigi Luca Cavalli Sforza, Torino, UTET 2005), della miscellanea I dialetti italiani. Storia, struttura, uso a cura di Manlio Cortelazzo et al. (Torino, UTET 1999).

Per ANCI Rivista ha pubblicato quasi 150 articoli approfonditi sull’onomastica dei Comuni italiani.

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