Processo Ruby, Berlusconi: sette anni di carcere e interdizione per sempre

Pubblicato il 24 giugno 2013 da redazione

MILANO  – Sette anni di carcere e interdizione perpetua dai pubblici uffici. E’ una condanna più che severa e ancor più alta della richiesta della Procura quella inflitta ieri a Silvio Berlusconi imputato a Milano per il caso Ruby. Condanna definita dalla difesa ”fuori da ogni logica” e che riguarda la vicenda con al centro la giovane marocchina, al secolo Karima El Marough, ospite delle serate ad Arcore: per l’accusa, l’allora ultrasettantenne Presidente del Consiglio fece sesso a pagamento con la ragazza minorenne e la notte in cui fini’ in Questura per via di un furto, telefonò al capo di Gabinetto Pietro Ostuni e, spacciandola per nipote di Mubarak, ottenne il suo rilascio per evitare che venisse a galla quanto accadeva a casa sua durante le feste.

La ‘Caporetto giudiziaria’ del Cavaliere è arrivata a ieri metà pomeriggio dopo sette ore di camera di consiglio e un processo lungo 27 mesi e che, tra stop and go, polemiche e aspre critiche, si è celebrato in una cinquantina di udienze. Poco dopo le 17, in un aula gremita di giornalisti italiani e delle più importanti testate straniere, i giudici della quarta sezione penale del Tribunale, presiduti da Giulia Turri, hanno dichiarato l’ex capo del governo ”colpevole” non più di concussione per induzione ma della più grave concussione per costrizione, in base all’articolo 317 del codice di procedura penale nella nuova formulazione. Reato questo contestato in continuazione con la prostituzione minorile e che ha portato ad aumentare la pena di un anno rispetto a quanto chiesto dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Antonio Sangermano.

In più, come appunto prevede il codice per la prostituzione minorile, per il leader del Pdl è stata dichiarata l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e, in aggiunta, sei anni di interdizione legale. Ma non è finita qui. Il collegio, oltre ad aver disposto la confisca dei beni già sequestrati a Ruby e al suo compagno Luca Risso, ha trasmesso alla Procura, per le sue valutazioni, le trascrizioni delle deposizioni rese in aula da 32 testimoni. I giudici in sostanza non hanno creduto alle dichiarazioni rese da molte delle ragazze che hanno ‘allietato’, per i pm con il bunga-bunga, le cene a villa San Martino (parecchie ricevono tuttora da Berlusconi 2.500 euro al mese ciascuna).

Non hanno creduto nemmeno agli altri personaggi dell’entourage del Cavaliere come Mariano Apicella, Danilo Mariani e Carlo Rossella, oppure ai parlamentari e europarlamentari azzurri come Maria Rosaria Rossi, Valentino Valentini, Bruno Archi e Licia Ronzulli. Un lungo elenco, quello letto in aula, in cui c’è anche il nome di Giorgia Iafrate, il commissario di polizia che nella notte tra il 27 e il 28 maggio di tre anni fa, contrariamente alle disposizioni del pm minorile Annamaria Fiorillo, invece di collocare la 17enne in una comunità la ‘consegnò’ a Nicole Minetti. Infine anche trasmissione degli atti al Consiglio dell’ordine degli avvocati di Milano affichè prenda gli eventuali provvedimenti nei confronti di Luca Giuliante, l’ex legale di Ruby, che, il 6 ottobre 2010, quando il caso non era ancora scoppiato, aveva ‘interrogato’ la ragazza alla presenza di Lele Mora e ”un emissario di lui”: per i giudici ha commesso irregolarità nell’effettuare indagini difensive.

La sentenza di ieri, che in un baleno ha fatto il giro del mondo, per Niccolò Ghedini, uno dei difensori di Berlusconi ”è fuori da ogni logica”.

– Lo diciamo da due anni e mezzo, tre anni, – ha proseguito – che qua, a Milano, questo processo non si poteva fare.

E se il legale non si è espresso riguardo alle conseguenze che potrebbe avere sul piano politico, ha aggiunto invece di non credere che il Cavaliere rischi un nuovo procedimento per corruzione di testimoni. L’avvocato che ha definito ”non consona” la presenza in aula del Procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati – rimasto in silenzio – al posto di Ilda Boccassini (assente perchè in vacanza), ha ricordato come già nella sua arringa difensiva aveva ”anticipato che i giudici sarebbero andati oltre rispetto alla richiesta della procura”.

Entro 90 giorni il deposito delle motivazioni, poi il ricorso in appello già annunciato dalla difesa.

 

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