Datagate: Obama preoccupato, teme possa rivelare altri segreti

Pubblicato il 27 giugno 2013 da redazione

NEW YORK. – Anche ieri il volo Mosca-L’Avana è partito senza che Edward Snowden vi salisse a bordo. La talpa del Datagate è ancora nel ‘limbo’ dello scalo moscovita e non c’è alcuna indicazione su quando potrà partire. Ma ciò che è certo è che il presidente americano, il comandante in capo, non intende far decollare i caccia per intercettarlo in volo. Lo ha detto lo stesso Obama, ammettendo però di essere ”preoccupato per altri documenti che potrebbe avere. E’ per questa ragione che vorremo avere il signor Snowden sotto custodia”.

Le conseguenze della maggior fuga di notizie nella storia dei servizi di informazione Usa inseguono Barack Obama fino in Senegal e in una conferenza stampa a Dakar ad una domanda, con una certa ironia ha risposto: ”No, non farò decollare i jet per prendere un hacker di 29 anni”. Obama ha anche detto di non aver chiamato nè il presidente cinese Xi Jinping, nè il presidente russo Vladimir Putin per fare pressioni e ottenere l’estradizione della talpa.

Non lo ha fatto, ha detto, ”perché non dovevo” e perché ”abbiamo molte questioni che portiamo avanti con Cina e Russia e non intendo avere un caso di un sospetto di cui stiamo tentando di avere l’estradizione elevato al punto che io debba iniziare a fare intrallazzi e a mercanteggiare con altre questioni per far sì che possa essere essere portato davanti alla giustizia”.

– Stiamo usando i regolari canali legali che usiamo per avere l’estradizione di qualcuno – ha detto ancora, aggiungendo di aspettarsi che ”la Russia e altri Paesi che hanno parlato della possibilità di fornire asilo al signor Snowden riconoscano che fanno parte della comunità internazionale e che dovrebbero attenersi alla legge internazionale”.

Di fatto, un monito all’Ecuador, che pur non ha nominato esplicitamente, e che ha di nuovo smentito di aver fornito una sorta di salvacondotto a Snowden affinché possa viaggiare. Univision, un canale televisivo di lingua spagnola basato negli Usa, ha pubblicato sul suo sito la copia di un documento rilasciato dal consolato ecuadoriano a Londra in cui si legge che esso permette ”al suo detentore di viaggiare verso il territorio dell’Ecuador in vista di un asilo politico”.

L’Ecuador ”non ha concesso alcun documento o lettera d’asilo perchè il Signor Snowden possa trasferirsi nel Paese. Qualsiasi documento del genere non ha alcuna validità”, ha tuttavia smentito la ministra agli Affari politici di Quito, Betty Tola. In tutto questo, ormai da diversi giorni ‘il signor Snowden’ tace. Apparentemente avrebbe postato alcuni tweet nelle ultime ore, ma Glenn Greenwald, il giornalista-blogger del Guardian che ha pubblicato i suoi scoop, ha affermato che sono falsi.

Nessuno ha invece smentito le rivelazioni del sito web Ars Technica, secondo cui in una chat online dello stesso sito, con lo pseudonimo ‘TheTrueHOOHA’, Snowden nel 2009 affermò che a chi rivela segreti relativi alla sicurezza nazionale ”bisognerebbe sparare nelle palle”. Parole che oggi hanno ripreso tutti i maggiori giornali Usa e che all’epoca si riferivano ad un articolo del New York Times sui contatti segreti tra Stati Uniti e Israele sul programma nucleare iraniano.

Nel mezzo della bufera, l’Ecuador temporeggia sul Datagate ma nel frattempo sfida gli Stati Uniti, rinunciando all’accordo doganale. Quito lascia la porta socchiusa ad Edward Snowden ma per ora non gli da il via libera per rifugiarsi nel paese. Sulla vicenda dell’uomo chiave dello scandalo, è questa in sintesi la posizione odierna del governo socialista di Rafael Correa. ”Il governo non ha concesso alcun documento o lettera di asilo per autorizzare il Signor Snowden a trasferirsi nel paese. Qualsiasi documento di questo tipo non ha alcuna validità”, è stato precisato durante una conferenza stampa organizzata dal governo. Nello stesso incontro, il ministro delle comunicazioni Fernando Alvarado ha annunciato che Quito ”rinuncia in modo irrevocabile” alle agevolazioni commerciali concesse dagli Usa.

– L’Ecuador – ha precisato – non accetta pressioni o minacce da nessuno… le agevolazioni erano state concesse nell’ambito della lotta alla droga, ma si sono trasformate in uno strumento di ricatto.

L’accordo doganale ‘pesa’ 23 milioni di dollari l’anno: la stessa somma che Quito ha deciso ora, ha aggiunto il ministro, di ”donare a Washington per programmi di formazione in materia di diritti umani per evitare torture, esecuzioni extragiudiziarie…”. Vista l’importanza del commercio con gli Usa – dove finisce una parte consistente dell’export di Quito, soprattutto petrolio – in Ecuador, dove la moneta è il dollaro, in queste ore si parla di più proprio della fine delle agevolazioni che del caso Snowden. Su un fatto non ci sono dubbi: il presidente Correa ha deciso di mantenere la linea dura con gli Usa.

L’altro giorno, il leader ‘bolivariano’ di Quito aveva criticato via twitter un’editoriale del Washington Post che lo accusava di essere disposto ad ospitare Snowden solo per fare un dispetto agli Usa. ”Vedete il potere che ha la stampa internazionale? – ha cinguettato -. Sono riusciti ad attirare l’attenzione su Snowden e quei paesi malvagi che lo ‘sostengono’, facendo dimenticare le cose orribili da lui denunciate contro il popolo americano e il mondo intero”.

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