Rubygate, Mora ammette: “Arcore, abuso di potere e degrado”

MILANO – Nelle serate di Arcore c’era qualcosa che non andava, almeno sotto il profilo morale ed etico. E’ questo che, in sostanza e aldilà delle smentite, è andato a dire Lele Mora ai giudici, dopo la condanna di Silvio Berlusconi a 7 anni di carcere, negando, da una parte, qualsiasi attività di induzione e favoreggiamento della prostituzione, ma richiamando e condividendo, dall’altra, tre parole usate dalla stampa: abuso di potere, degrado e dismisura. Anche i suoi legali, tra l’altro, nell’arringa del processo ‘Ruby 2’ hanno parlato di un ”contesto di venalità, arrivismo e ambizione” e hanno chiesto al collegio che, se dovesse ritenere colpevole l’ex talent scout, lo condanni soltanto per ”favoreggiamento personale” per l’aiuto offerto al Cavaliere.

L’ammissione di Mora, una sorta di ‘mea culpa’ non sui profili penali ma sul contorno delle serate a Villa San Martino, è arrivata ieri mattina con brevi dichiarazioni spontanee. Dopo l’incipit sul periodo passato in carcere, dove ”ho avuto modo di pensare a lungo”, e le ”scuse” per le ”arroganti polemiche” del passato, ha sfoggiato riferimenti danteschi: la ricerca della ”dritta via” e la volontà di ”uscire a rivedere le stelle”.

Ma la vera citazione ‘choc’ l’ha tirata fuori poco dopo.

– Ho letto  su un quotidiano – ha spiegato – come vi siano tre parole per definire quanto è successo e quanto è oggi al vostro giudizio ‘dismisura, abuso di potere, degrado’. E’ vero, così è stato ed io almeno all’eccesso e al degrado (…) non ne sono stato un passivo concorrente.

Tre parole che usava spesso il giornalista di ‘Repubblica’, Giuseppe D’Avanzo (morto nel 2011), per sottolineare il ruolo avuto da Berlusconi nel presunto scandalo Ruby. Passava mezz’ora e l’ex manager dei vip provava a fare ‘retromarcia’ con i cronisti.

– Ad Arcore non c’è stato niente di male, quando in aula ho parlato di ‘degrado’ ho detto quello che ha riportato un giornale – ha spiegato, aggiungendo che Berlusconi è un ”amico”. Il senso del ragionamento di Mora, in ogni caso, è stato esplicitato sia dalla restante parte delle dichiarazioni che dall’arringa degli avvocati Gianluca Maris e Nicola Avanzi.

– E’ vero che ho accompagnato alle cene delle ragazze – ha chiarito l’ex parrucchiere di Bagnolo Po davanti ai giudici – so che l’ignoranza della legge penale non perdona, ma voglio dire che non ho mai voluto né percepito di poter condizionare la volontà di queste ragazze.

E ancora:

– Non ho mai giudicato i loro comportamenti, forse qui sbagliando, ma non ho mai inquadrato le loro condotte come prostituzione.

La difesa poi ha fatto leva su un argomento: non si può confondere l’attività di un talent scout ”spregiudicato”, come Mora era, con l’induzione alla prostituzione.

– Le sue condotte – ha puntualizzato l’avvocato Maris – non hanno niente a che vedere con gli atti sessuali eventualmente compiuti dopo le cene ad Arcore.

Anche il giudizio morale che dà il film ‘Videocracy’, ha sostenuto il legale, ”è drammaticamente vero, ma non è questa la chiave di lettura in un processo”. Da qui la richiesta di assoluzione e le varie subordinate, tra cui quella che pare un’altra mossa per uscirne, nonostante l’amicizia col Cavaliere: l’induzione alla prostituzione della minore Ruby deve essere derubricata ”in favoreggiamento personale per aver in concreto aiutato Berlusconi, dopo la commissione del reato, ad eludere le investigazioni delle autorità”. Mora, infatti, nell’estate 2010 chiese l’affido della ragazza e ”lo fece nell’interesse di Berlusconi”.

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