Egitto, è di nuovo primavera, per Morsi la fine è vicina

IL CAIRO  – La seconda rivoluzione egiziana (qualcuno la definisce già così), ben piu’ nutrita e partecipata di quella del 25 gennaio 2011, sembra vicina allo stesso risultato: la rimozione di un capo dello stato. Stavolta è il fratello musulmano Mohamed Morsi: pur eletto esattamente un anno fa, con più di 13 milioni di voti e tutti i criteri della democrazia formale, non è riuscito a mantenere quel consenso. Ha provocato invece forti risentimenti in un popolo nel frattempo impoverito, e la richiesta di un cambiamento vero. Così viene interpretata quasi unanimemente la complessa vicenda della quale in queste ore milioni di cittadini egiziani sono protagonisti. Affollano in numero incalcolabile non solo la simbolica piazza Tahrir, nel centro della capitale, ma anche altre piazze, lungonili, strade e luoghi aperti di numerosi centri urbani d’Egitto, dal nord al sud del paese, da Alessandria, ad Assiut, fino a cittadine da sempre regno incontrastato dei Fratelli Musulmani, come Beni Suef.

– Da ieri la grande maggioranza del popolo egiziano grida senza sosta e senza paura, ma con comportamenti di grande civiltà, che questo presidente non la rappresenta e deve andarsene – sottolinea l’ex ministro della Famiglia, Moushira Khattab -. Di questo si deve prendere atto senza esitazione, così come della richiesta insistente di elezioni presidenziali immediate, di nuovi equilibri di governo e di nuove elezioni parlamentari, con la partecipazione di tutte le forze politiche presenti.

Secondo Khattab, dopo un anno di presidenza Morsi gli egiziani sono terrorizzati dall’idea che i principi affermati dai governanti in carica provochino l’arretramento dell’Egitto, ”con nessuna possibilità reale di ammodernamento e miglioramento degli standard di vita”. Per l’analista politico Hesham Kassem non c’è alcun dubbio:

– Morsi è finito.

Per Kassem, le manifestazioni di massa in corso nell’ultimo anno, e che si sono intensificate in questi giorni, dicono senza equivoci ”noi non vogliamo quest’uomo”.

– E l’esercito ha dato 48 ore di tempo perchè se ne vada – aggiunge -. Se Morsi non dovesse farlo, ci potrebbe veramente essere il rischio di terribili spargimenti di sangue. E’ per evitare tragedie di questo tipo che i militari sono scesi in campo, per garantire l’incolumità di chi protesta.

Altri osservatori ritengono che l’esercito, rimasto neutrale fino ad oggi, potrebbe ripetere lo scenario di febbraio 2011: convincere Morsi a farsi da parte e nominare un governo ad interim, che duri sei mesi e prepari nuove elezioni presidenziali, che portino ad una scelta differente da quella del 2012. L’obiettivo sarebbe riportare in equilibrio un’economia devastata dalla drammatica contrazione del turismo, degli investimenti, dei posti di lavoro e del livello generale delle condizioni di vita.

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