Colle, analfabetismo e sguaiatezza chiedere la grazia per il Cav.

ROMA  – Il Capo dello Stato lo dice una volta per tutte, forte e chiaro: anche solo parlare di un’ipotesi di concessione della grazia a Berlusconi, cosí come ipotizza da giorni il quotidiano ‘Libero’, é solo ”un segno di analfabetismo e di sguaiatezza istituzionale”. Si tratta di ”speculazioni”, aggiunge il Colle, che ”danno il senso di una assoluta irresponsabilità politica che può soltanto avvelenare il clima della vita pubblica”. E ancora: quanto sostenuto da certi giornali denota ”rozzezza e sguaiatezza” che ”non meritano alcun commento”.

La presa di posizione di Napolitano ‘sigilla’ con parole di fuoco l’ennesima giornata politica dedicata al tema dell’ineleggibilità del Cavaliere che, invece, ostenta tranquillità.

– Sono sereno – assicura Berlusconi intercettato da Agorà l’altra notte notte vicino al Pantheon – perchè non conoscevo neppure quella vicenda ma leggendo le carte non credo che ci possa essere che una mia assoluzione piena.

Lui continuerà a sostenere il governo, avverte, perchè ha bisogno di tutto lo stimolo possibile ”per fare ciò che serve” al paese. Le due cose, cioè i suoi processi e l’attività dell’esecutivo Letta, devono camminare su due binari differenti perchè, sottolinea sono due cose separate.

Ma mentre il Cav si mostra tranquillo, perchè non ci si può preoccupare di ciò ”che non esiste”, nella maggioranza infuria la polemica per un disegno di legge del Pd, primo firmatario Massimo Mucchetti, che affronta lo spinoso tema del conflitto di interessi. In sostanza, il ddl approdato al Senato il 20 giugno, prevede che la situazione di conflitto d’interessi di persone elette, che siano anche azionisti di controllo, non dia luogo all’immediata decadenza dal mandato parlamentare, ma determini una situazione di incompatibilità. Il che significa che l”eletto-azionista’ avrebbe 30 giorni di tempo per incaricare un terzo di vendere (entro un anno), le partecipazioni azionarie ad altri, che non dovranno essere nè parenti o affini, nè in rapporti professionali con il venditore. Pena: l’immediata decadenza dal mandato di parlamentare.

Per il M5S e Di Pietro, si tratta di un escamotage del Pd per ‘salvare’ il Cav visto che non si dovrebbe votare subito sulla sua ineleggibilità in quanto si trasformerebbe in incompatibilità e si avrebbe più tempo per decidere se vendere o meno le azioni. Ma nel Pdl si dà un’altra ‘lettura’. Secondo Lucio Malan il Pd punta di fatto ”all’esproprio proletario”, mentre per Stefania Prestigiacomo si tratta di una proposta anti-Cav fatta da un partito che ”dovrebbe preoccuparsi delle riforme serie per il Paese”.

Il Pd, invece, non perde l’occasione per spaccarsi: secondo Laura Puppato é un testo che la base non digerirà, mentre Vannino Chiti la riprende: possibile che tra di noi debba sempre esistere la ”cultura del sospetto?”. Mucchetti (ha firmato il ddl anche Luigi Zanda) si dice ”sbalordito” per il clamore suscitato dal testo (”annunciato mesi fa in varie interviste”) e per diverse ragioni: non si farebbe mai in tempo ad approvarlo per ‘aiutare’ il Cavaliere perchè l’esame di un ddl richiede sempre tempo e non è ancora stato assegnato in commissione. Poi si tratta di ”una norma che punta solo a riformare la legge del ’57 lacunosa e fuori tempo”. Terzo: la decisione della Cassazione sul Mediaset ”rischia di arrivare molto prima…”. Perche’, propongono infine Gianni Cuperlo (Pd) e Pino Pisicchio (Cd), non si affida alla Consulta il compito di decidere sulle ineleggibilita’? La politica ne resterebbe fuori.

Nell’attesa, anche il leader del Carroccio Roberto Maroni mette le cose in chiaro: la Lega, avverte, vigilera’ ”perche’ vicende personali e private di un partito non blocchino l’attività del Parlamento”. Nessun’altra sospensione dei lavori, insomma, sarà tollerata.

 

L’irritazione di Napolitano,  sulla grazia non si scherza

”Speculazioni che danno il senso di una assoluta irresponsabilità politica che può soltanto avvelenare il clima della vita pubblica”. E’ tutta in questa frase la spiegazione dell’irritazione di Giorgio Napolitano per le indiscrezioni del quotidiano ‘Libero’ che ieri davano per certa la volontà del Colle – ancora prima di conoscere la sentenza della Cassazione sul processo Mediaset – di concedere la grazia al Cavaliere ”per salvare la democrazia in Italia”. Il tutto con ”il silenzio-assenso” – sostiene il quotidiano – del premier Enrico Letta al quale avrebbe presentato il progetto.

Due giorni di martellamento in prima pagina del giornale vicino a Berlusconi che hanno spinto il presidente a scendere in campo con grande nettezza:

“Sulla mia scrivania non c’è nessuna pratica di questo tipo”, ha fatto sapere chiudendo così la vicenda. Ma al di lá dell’evidente fastidio – e il Colle non ha fatto nulla per nasconderlo parlando di ”sguaiatezza e rozzezza” -, la vicenda stava prendendo una piega pericolosa e rischiava di inserirsi in modo dirompente all’interno di uno stato di semi-crisi permanente che attanaglia la maggioranza da giorni. Non a caso diverse fonti di governo ha fatto sapere di essere stato colto di sorpresa dalla mossa del Colle: ”la Grazia e’ di competenza esclusiva del Quirinale e noi ce ne teniamo fuori”, hanno poi spiegato, interpellate al riguardo, fonti della presidenza del Consiglio.

La campagna di ‘Libero’ entra a piedi pari in una delle competenze chiave del capo dello Stato e le colloca ”in un futuro indeterminato”, quando addirittura una sentenza deve essere pronunciata e nessuno ne può conoscere l’esito. Roba da far rabbrividire gli esperti giuridici del Quirinale che pur studiano e soppesano gli atti anche con grande anticipo. Ecco perchè dal Colle hanno scelto l’espressione ”analfabetismo istituzionale”.

La procedura per la Grazia inoltre è di grande complessità e richiede diversi passaggi formali che si compiono in tempi non strettissimi. Per esempio, la decisione per l’ultima Grazia concessa da Napolitano, quella al colonnello americano Joseph Romano per il caso Abu Omar, è stata assunta dopo aver acquisito la documentazione relativa alla domanda avanzata dal difensore, le osservazioni contrarie del Procuratore generale e il parere non ostativo del Ministro della Giustizia. Infatti sulla proposta di grazia esprime il proprio parere il Procuratore generale presso la Corte di Appello. A tal fine, essi devono obbligatoriamente acquisire ogni utile informazione relativa, tra l’altro, alla posizione giuridica del condannato, all’intervenuto perdono delle persone danneggiate dal reato, ai dati conoscitivi forniti dalle Forze di Polizia, alle valutazioni dei responsabili degli Istituti penitenziari. Acquisiti i pareri, il Ministro trasmette la domanda, corredata dagli atti dell’istruttoria, al Capo dello Stato, accompagnandola con il proprio “avviso”, favorevole o contrario. Certo, l’art. 681 del codice di procedura penale prevede anche che la grazia possa essere concessa di ufficio e cioè in assenza di domanda e proposta, ma sempre dopo che è stata compiuta l’istruttoria. Troppa acqua deve passare sotto i ponti per una grazia al Cavaliere, senza contare l’opportunità politica.

 Ecco come funziona l’istituto della grazia
ROMA  – E’ l’articolo 87 della Costituzione a prevedere che il presidente della Repubblica possa, con proprio decreto, concedere grazia. Del tema si è tornato a parlare in merito a una eventuale misura a favore di Silvio Berlusconi in caso di condanna al processo Mediaset, ipotesi ventilata da un quotidiano e sui cui è intervenuto anche il Quirinale con una nota in cui si parla di “analfabetismo e sguaiatezza istituzionale”.

Il procedimento di concessione della grazia è disciplinato dall’art. 681 del codice di procedura penale. La domanda di grazia è diretta al presidente della Repubblica e va presentata al ministro della Giustizia. E’ sottoscritta dal condannato, da un suo prossimo congiunto, dal convivente, dal tutore o curatore, oppure da un avvocato.

Se il condannato è detenuto o internato, la domanda può essere però direttamente presentata anche al magistrato di sorveglianza. Sulla domanda o sulla proposta di grazia esprime il proprio parere il procuratore generale presso la Corte di Appello o, se il condannato è detenuto, il magistrato di sorveglianza. A tal fine, essi acquisiscono ogni utile informazione relativa, tra l’altro, alla posizione giuridica del condannato, all’intervenuto perdono delle persone danneggiate dal reato, ai dati conoscitivi forniti dalle Forze di Polizia, alle valutazioni dei responsabili degli Istituti penitenziari.

Acquisiti i pareri, il ministro trasmette la domanda o la proposta di grazia, corredata dagli atti dell’istruttoria, al capo dello Stato, accompagnandola con il proprio “avviso”, favorevole o contrario alla concessione del beneficio. Come stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006, al capo dello Stato compete la decisione finale.

La pronuncia è intervenuta a risolvere il conflitto di attribuzione sollevato dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nei confronti del ministro della Giustizia Roberto Castelli in relazione alla titolarità del potere di grazia. La sentenza afferma, nella sostanza, che il Capo dello Stato è titolare non solo formale del potere di grazia. La pronuncia, inoltre, chiarisce che spetta al ministro svolgere l’attività istruttoria e comunicarne gli esiti al Capo dello Stato con le sue “proposte”. Se il capo dello Stato non condivide le valutazioni contrarie del ministro, “adotta direttamente il decreto concessorio esternando nell’atto le ragioni per le quali ritiene di dovere concedere egualmente la grazia, malgrado il dissenso espresso dal ministro”.

L’art. 681 del codice di procedura penale prevede anche che la grazia possa essere concessa di ufficio e cioè in assenza di domanda e proposta, ma sempre dopo che é stata compiuta l’istruttoria. Se il Presidente della Repubblica concede la grazia, il pubblico ministero competente ne cura l’esecuzione, ordinando, se è il caso, la liberazione del condannato.

 

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