Mo: al via i negoziati. Obama, la pace è possibile

Pubblicato il 29 luglio 2013 da redazione

NEW YORK – Ci siamo. Dopo tre anni di gelo e di muro contro muro, israeliani e palestinesi si siedono nuovamente intorno allo stesso tavolo per riavviare negoziati diretti. Negoziati che portino ad un accordo di pace inseguito da decenni, e che per il presidente americano, Barack Obama – grande mediatore di questa nuova fase – è ”possibile e necessario”. E non più rinviabile.

A sbloccare la situazione il sofferto via libera da parte del governo israeliano della liberazione di 104 palestinesi detenuti in Israele da oltre vent’anni per fatti di sangue. Così a Washington sono arrivati il ministro israeliano Tzipi Livni e il negoziatore per l’Autorità Palestinese Saeb Erekat. E a cena fanno il punto della situazione con il segretario di Stato americano, John Kerry, prima di avviare oggi il vero e proprio tavolo di trattative. Tavolo al quale siederà nel ruolo di mediatore anche il nuovo inviato Usa per il Medio Oriente, l’ex ambasciatore in Israele Martin Indyk, scelto dal capo della diplomazia americana soprattutto per la sua approfondita conoscenza della questione mediorientale.

La Casa Bianca sa che questa può essere davvero l’ultima chance per superare definitivamente un conflitto che ha segnato almeno gli ultimi 70 anni di storia. Per questo Obama, nel fare gli onori di casa per questa prima tornata di colloqui, ha richiamato le parti al massimo della determinazione. E le ha invitate a guardarsi negli occhi agendo ”in buona fede”, e lasciando il più possibile alle spalle odi, rancori e contrasti.

– La ripresa dei negoziati – ha sottolineato il presidente – è un promettente passo in avanti verso quella pace che i popoli israeliano e palestinese vogliono fortemente.

Lo stesso Obama lo ha potuto constatare nel corso del suo recente viaggio in Medio Oriente. Viaggio dal quale è partita quella accelerazione che ha permesso il ritorno al dialogo tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese.

Certo, a Washington come a Gaza, in Cisgiordania o a Gerusalemme, nessuno si illude. Tutti sono coscienti che la strada resta in salita.

– C’è un lavoro duro da fare, e ci sono scelte dure da compiere – ha ricordato ancora Obama. E Kerry ha parlato di ”negoziato lungo e difficile”, che secondo la stampa palestinese durerà – se tutto va bene – dai sei ai nove mesi. Ognuno dovrà mettere da parte qualcosa, molte delle proprie rivendicazioni. Perchè solo così si potraà raggiungere quel ”compromesso ragionevole” che per il segretario di Stato americano deve essere l’obiettivo del confronto. Un compromesso che dovrà comunque ispirarsi a quella che sempre più appare come la sola soluzione possibile: la soluzione dei due Stati, indicata nella conferenza di Annapolis del 2007, con la nascita e il riconoscimento di uno Stato palestinese al fianco di Israele. Non sarà facile.

L’ultimo ambiguo segnale, oltre allo scetticismo che si respira in Israele e nei Territori, è arrivato dalle indiscrezioni – non confermate – rilanciate dalla tv israeliana Canale 10 secondo cui Netanyahu si accingerebbe ad approvare la costruzione di centinaia di alloggi nei Territori e a progettare un nuovo rione ebraico all’interno del Quartiere islamico della Città vecchia di Gerusalemme. Una mossa, sempre secondo quanto riferisce la tv, con la quale il premier cercherebbe di placare i deputati nazionalisti della coalizione, irritati per la liberazione dei 104 detenuti palestinesi. I negoziati a Washington sono partiti ma la strada è tutt’altro che in discesa.

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