ANALISI – Mosca concede l’asilo a Snowden

Pubblicato il 01 agosto 2013 da redazione

Edward Snowden si trova in «un posto sicuro», un sito destinato, almeno per il momento, a rimanere segreto. Lo ha detto il legale moscovita dell’ex-dipendente dei servizi di intelligence statunitensi, Anatoly Kucherena. «Il luogo dove si è recato il mio assistito – ha affermato l’avvocato – non sarà rivelato per ragioni di sicurezza, visto che stiamo parlando dell’uomo più ricercato di tutto il pianeta». Sempre stando alle sue poche e stringate dichiarazioni, il discusso protagonista del “Nsa-Gate” avrebbe lasciato l’aeroporto Sheremetyevo in taxi, diretto da solo in città. A quanto pare Snowden sarebbe intenzionato «per ora a rimanere in Russia». In una vicenda tanto complessa quanto enigmatica, il condizionale domina la scena.

Nel frattempo, un primo commento a caldo è giunto dalla veterana dei diritti umani in Russia, Lyudmila Alexeyeva, la quale si è detta soddisfatta della concessione di un asilo temporaneo offerto dal Cremlino. «Sono contenta che abbia ricevuto accoglienza nel nostro paese», ha spiegato la leader del Gruppo Helsinki all’agenzia Interfax. La donna, tuttavia, non ha potuto fare a meno di esprimere dispiacere per via di ciò che a microfoni spenti ha definito un paradosso: «Snowden che combatte per la libertà ed i diritti si è ritrovato nel Paese che li viola».

A prescindere dalle polemiche interne, però, ciò che conferisce al caso rilevanza assoluta sono senz’altro le complesse relazioni politico-diplomatiche tra i due colossi dello scacchiere mondiale: Stati Uniti e Russia.

Gli uffici della presidenza del Cremlino provano a “sgonfiare” l’accaduto attraverso le parole di Yuri Ushakov, uno degli assitenti personali di Putin. «Questa situazione è di natura piuttosto insignificante per influire sulle relazioni politiche», ha chiosato, precisando che nessun segnale è stato percepito sinora riguardo al possibile annullamento della visita di Barack Obama nella capitale russa, prevista alla vigilia del vertice G20 del 5 e 6 settembre a San Pietroburgo. Lungo, lunghissimo il lavoro che ha condotto le due Cancellerie a fissare l’incontro al vertice tra i due giganti, ma se Snowden dovesse davvero rimanere sul territorio russo fino a settembre, ci sarebbero seri dubbi che questo possa effettivamente avere luogo.

Un tentativo di disinnescare i potenziali effetti di una vicenda evidentemente scivolosa era stato operato, soltanto un paio di settimane fa, dallo stesso presidente Putin. Un mix efficace di realismo e carattere atto a sottolineare che i rapporti tra Russia e Stati Uniti sono ben più importanti di «battibecchi sulle attività dei servizi speciali». Del resto, Putin, anche per i suoi trascorsi personali e professionali, di spie se ne intende e dunque non se l’è sentita di fare il moralista in materia. Inoltre, è ben consapevole che questa “spy story”, associata ormai costantemente alle tensioni tipiche del periodo della Guerra Fredda, può portare a Mosca più guai che benefici.

Tentativo, però, apparentemente andato a vuoto. La risposta della Casa Bianca, infatti, non si è fatta attendere. Già alcuni giorni fa è balzata agli onori della cronaca la notizia del colloquio telefonico tra il segretario di Stato americano John Kerry ed il suo omologo Serghei Lavrov. L’agenzia Reuters ne ha pubblicato i contenuti in modo chiaro: qualsiasi decisione presa da Mosca che consentisse a Snowden di lasciare lo scalo russo sarebbe stata per gli Stati Uniti motivo di grande disappunto. Non appena apprese le novità legate al soggiorno russo della “talpa”, il titolare della diplomazia americana ha rincarato la dose attraverso le parole di un suo portavoce. «Snowden non è né un informatore né un dissidente, ma è imputato di gravi crimini. La scelta di concedere l’asilo non ha alcuna giustificazione».

La questione non è e non può essere legata soltanto ai trent’anni di carcere che Snowden rischia di vedersi imputato se estradato negli Stati Uniti. Il caso ci dice molto di più sulla continua oscillazione delle relazioni internazionali tra i due Paesi.

Una delle priorità, in materia di sicurezza nazionale ed internazionale, dell’amministrazione Obama è la cooperazione con la Russia. Russia che non intende far passare il caso Snowden come uno “sgambetto” anti-americano. Troppo grande, però, sembra essere la tentazione di non assecondare i diktat imposti da Washington agli occhi dell’opinione pubblica mondiale e, soprattutto, di dare una lezione agli Stati Uniti sul piano a loro più caro: quello della tutela dei diritti umani. A fare da sfondo a tutto questo, problemi altrettanto delicati, come la transizione politica in Siria e la necessità di concordare la riduzione degli arsenali nucleari.

Romeo Lucci

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