Gli uomini immobili e l’ira di Erdogan

In piedi, in piazza, con gli occhi fissi sul fondatore della Patria. Gli attuali governanti non comprendono e, soprattutto, non vogliono comprendere il gesto di un cittadino qualsiasi balzato agli onori della cronaca per aver trovato un nuovo modo di esprimere la sua protesta. Accade nell’ambito di un Paese in cui gli stessi vertici che si affannano a definirlo “democratico” hanno stabilito che la libertà di espressione sia qualcosa da mettere frettolosamente al bando. Benvenuti nella controversa Tuchia di oggi.

Assenti tutte le principali caratteritiche di un manifestante. Non grida. Non parla. Non agita le braccia. Non risponde alle provocazioni della polizia. Non oppone alcuna resistenza mentre viene perquisito dagli agenti. Resta lì, fermo, immobile.

Lo scenario è quello di piazza Taksim, luogo nel quale, per effetto delle decisioni del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, la gente può transitare «rapidamente, senza fermarsi». Tutti di corsa tra metropolitana ed autobus e nessun diritto di osservare il volto di Mustafa Kemal, meglio noto come Atatürk, che penzola ad un paio di centinaia di metri di distanza dalla parete principale del Centro Culturale. Un’immagine voluta lì, in bella mostra, proprio dall’attuale capo di Governo nel tentativo di dimostrare che non vi sia alcuna rottura tra il progetto originario del padre della nazione e quello attualmente in corso d’opera. Nonostante il fatto che Atatürk concepisse una Turchia laica mentre Erdogan insista ogni giorno di più per impregnarla di parole ed influenze di carattere religioso.

L’utilizzo ed il continuo richiamo ad un’icona storica è soltanto una delle tante contraddizioni con cui il premier, presentato da molti leader europei come l’artefice di un modello di democrazia per i Paesi musulmani, è alle prese ultimamente. Tra le altre, il suo oramai sistematico ricorso all’autoritarismo ed alla repressione.

In questo vortice di incoerenza, mentre un intero popolo combatte ogni giorno tra ingiustizie, lacrime e disperazione, l’unico a sorridere è il vicino Bashar al-Assad. Il presidente siriano, attraverso una schiera di funzionari e portavoce, manifesta da settimane un certo ghigno di soddisfazione per comprendere il quale si rende necessario fare un passo indietro. Meno di due anni fa, nel novembre del 2011, un Erdogan evidentemente più tranquillo e sicuro di sé rendeva alla stampa queste dichiarazioni: «Assad afferma che lotterà fino alla fine. Mi chiedo, contro chi lotterà? Combattere contro il proprio popolo non è un atto di eroismo, ma di codardia. Se davvero vuole vedere qualcuno che lottò fino alla morte contro la propria stessa gente, guardi pure alla Germania di Hitler, all’Italia di Mussolini o alla Romania di Ceaucescu. Se non vuole prendere lezioni dalla storia, guardi allora al leader libico (Mu’ammar Gheddafi, ndr) assassinato soltanto di recente in una maniera che nessuno di noi potrebbe mai desiderare. Ecco, tenga conto che lui utilizzò esattamente la stessa espressione».

Con queste parole, Erdogan puntava il dito contro l’uomo al vertice della Siria, cercando sostanzialmente di spiegargli che non si può governare senza ascoltare le richieste della gente. Esattamente ciò che sta facendo, ormai già da tempo, in Turchia.

Agli occhi di Assad, dunque, un triste teatrino adornato di presunzioni e discrepanze, in seno al quale Erdogan sembra predicare molto bene per poi razzolare malissimo.

I problemi per il leader turco non finiscono qui. Non si esauriscono, infatti, con i resoconti della piazza o delle turbolente relazioni diplomatiche nel complesso scenario regionale. Altro dossier “caldo” è senz’altro quello dei rapporti con la casta di generali che, da sempre, hanno avuto un ruolo notevole nel definire la politica nazionale. Ed è proprio di queste ore la notizia della condanna di Ilker Basbug, ex-capo di Stato Maggiore dell’esercito turco, ritenuto colpevole per essere uno dei responsabili della rete segreta “Ergenekon”, formata da nazionalisti laici, con l’intento di effettuare un golpe contro il governo del primo ministro “islamico-moderato”. Lo ha stabilito il tribunale di Siliviri vicino ad Istanbul. Il processo riguarda 275 tra militari, giudici, professori universitari e giornalisti. Ventuno sono già stati prosciolti, ma la condanna di Basbug era senza dubbio quella più significativa ed attesa da Erdogan. Anche fuori dalla corte, la polizia ha trovato il modo per dare sfoggio del proprio operato: nessuna esitazione nell’utilizzare candelotti di gas lacrimogeni ed idranti per disperdere la folla.

Un’analisi della situazione corrente risulterebbe tuttavia incompleta se non vi fosse menzione dei successi elettorali ottenuti dall’attuale primo ministro. Grazie ad alcune peculiarità del sistema turco, il partito di “Giustizia e Sviluppo” è riuscito a tramutare il 34% dei voti ottenuti 11 anni fa nel controllo dei due terzi del Parlamento. Nella tornata del 2007, la formazione del premier si rese protagonista di un’ulteriore impennata giungendo al 46% dei consensi, fino a sfiorare i 50 punti percentuali nel 2011. Più che sufficiente, deve aver pensato Erdogan, affinché nessuno discuta le sue decisioni. Ed ora che vive il suo terzo mandato alla guida del Governo, già accarezza il sogno di sedere sulla poltrona presidenziale.

Considerati i venti di protesta che soffiano sul Bosforo, è ragionevole pensare che, oggi come oggi, Erdogan non abbia più dalla sua parte un’intera metà del Paese. Pur ammettendo che non sia così e che la fiducia dei suoi sotenitori sia rimasta immutata, che ne è dell’altra metà del popolo turco? Non esiste? È giusto imporre un certo stile di vita alle persone soltanto perché siano stati Erdogan ed i suoi uomini a deciderlo? È leale attaccare, perseguire e schiacciare tutti gli altri?

L’uomo che fissava la gigantografia di Atatürk a piazza Taksim si chiama Erdem Gunduz. È rimasto lì per 8 ore prima che degli agenti lo portassero via con l’accusa di terrorismo. Difficile, se non impossibile, individuare un nome per un reato del genere: pericolo potenziale immaginario?

Un finale infelice, se non fosse stato per altri 300 suoi concittadini che, imitando la stessa identica attitudine, hanno captato il potere di una nuova forma di resistenza pacifica, destinata a mettere in ulteriore imbarazzo il Governo dinanzi allo sguardo attento della Comunità Internazionale. L’ispirazione di Gandhi, di Suu Kyi e di un Mandela costretto sul lettino di ospedale scorre nelle vene di giovani tenaci, ma sereni.

Romeo Lucci

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