Analisi – Mondiali 2014: Il jogo bonito e l’amarezza di Zico

Zico è triste. Il leggendario centrocampista sudamericano, in grado di insaccare più di 500 palloni in rete per convertirsi in una vera e propria leggenda del calcio mondiale, si chiede cosa ne sia stato della magia del jogo bonito nel suo amato Brasile. Il leader della nazionale verde-oro di quella indimenticabile Coppa del Mondo del 1982 – considerata da molti la migliore Seleção di sempre – si è lasciato andare, soltanto alcuni giorni fa, ad uno sfogo nel corso di un’intervista concessa a Rio de Janeiro. «Il mondo intero celebrava il nostro futebol, i nostri campioni e le nostre vittorie. Oggigiorno, invece, i nostri migliori calciatori sono all’estero e molti di loro non fanno altro che scaldare le panchine o – sembra voler dire “peggio ancora” – giocare in difesa». Un’affermazione, condita da una smorfia di amarezza, che non può stupire gli appassionati della nazionale cinque volte campione del mondo. Una mentalità da sempre votata al gioco spettacolare ed offensivo che, con le dovute eccezioni legate ad alcuni straordinari talenti individuali, sembra essersi smarrita. Queste le premesse del nostro “viaggio” in Brasile, ad un anno esatto dal Mondiale 2014.

La parola che balza subito in primo piano è “crisi”. Crisi dentro e fuori dal campo. Sul manto verde, soltanto la vittoria nella Confederations Cup 2013 ha consentito ai verde-oro di risalire dal ventiduesimo posto del ranking Fifa, dove si trovava dietro Svizzera, Grecia ed Ecuador, ad una nona posizione che, comunque, suona come un insulto alla storia ed alla grandezza sportiva di questo Paese. Ma non è tutto. La crisi ancor più evidente è quella affiorata fuori dal terreno di gioco. La maggior parte dei progetti legati alle infrastrutture fanno registrare dei ritardi a dir poco preoccupanti, al punto da spingere l’eccentrico presidente Vladimir Putin ad un’incredibile offerta senza precedenti: garantire il rispetto dei tempi, una perfetta organizzazione nonché ingenti risorse economiche per ottenere, in cambio, che il mondiale 2014 si giochi in Russia. Se uno come Putin arriva ad indossare i panni dell’eroe, viene da pensare che la situazione sia davvero fuori controllo.

Inevitabile una domanda: chi sono i responsabili di questo scenario così distante da quell’allegria e da quell’energia positiva che, nel calcio come nella vita di tutti i giorni, contraddistinguono i brasiliani nell’immaginario collettivo di ciascuno di noi? Una domanda cui ha risposto lo stesso Zico: «La onnipotente Confederazione Brasiliana di Calcio (nota come CBF, ndr), guidata da un gruppetto di uomini talmente vecchi che negli anni della Seconda Guerra Mondiale erano già adolescenti». Parole pesanti cui ha aggiunto: «non mi aspetto nulla da loro. Tornano a farsi vivi solo quando c’è un mondiale. Stiamo parlando di persone che amministrano affari giganteschi e per nulla interessate a vedere il miglior calcio giocato». E così, anche la leggendaria Seleção è stata «sabotata», assicura Zico. Invece di mettere insieme gli 11 migliori, dando loro la possibilità di affiatarsi e fare gruppo, la CBF sceglie giocatori di media fascia per farli debuttare con la maglia della nazionale. Quando la notorietà fa lievitare il prezzo del cartellino, i giovani vengono venduti sul mercato internazionale. Un giocatore valutato 1 milione di dollari può arrivare a costare il doppio se aggiunge al suo curriculum vitae una semplice linea: “nazionale brasiliana”.

Dalla gloria raggiunta nell’ormai lontano 2002, anno in cui la verde-oro vinceva il suo quinto titolo mondiale in Corea-Giappone, la Federazione ha vissuto una decade di lusso sfrenato. Un’organizzazione privata in grado di spendere milioni e milioni di dollari in jet privati, stipendi mensili oltre l’incredibile cifra di 200mila dollari e decisioni a dir poco discutibili che fanno capo al nome di colui che ne è stato presidente per gli ultimi 22 anni: Ricardo Teixeira. Una serie pressoché infinita di scandali, venuti a galla tra gare di appalto truccate e tangenti milionarie, lo ha costretto a fare un passo indietro nel 2012. Da allora vive in una sorta di auto-esilio dorato, a nord di Miami, in una maison di lusso con 7 camere da letto, 8 bagni, una Porsche, due Mercedes ed uno yacht italiano, lungo 18 metri ed il cui valore è stimato attorno ai 2 milioni di dollari, ancorato al suo molo privato. A dispetto della sua “fuga”, Teixeira è riuscito a mantenere un piede ben saldo nell’orticello della Confederazione. Oggi, infatti, è consulente esterno della CBF. Un “dettaglio” che vale uno stipendio mensile pari a 75mila dollari.

La brusca uscita di scena di colui che è riuscito a guadagnarsi l’appellativo di “dittatore” ha illuso molti tifosi. In tanti pensavano che fosse oramai giunto il momento di voltare pagina, grazie ad una nuova generazione di dirigenti che avrebbe reso la Coppa del Mondo 2014 un successo “a tutto tondo”. Così non è stato. José María Marín, l’attuale presidente della CBF, non è mai stato eletto per occupare il prestigioso incarico. È stato promosso per via della sua «esperienza». In altre parole, per la sua età. Un rito più simile a quello di una successione al trono che non a quello che dovrebbe regolare la scelta della nuova guida di un’organizzazione sportiva.

Un uomo “nuovo” (classe 1932, ex-governatore di San Paolo durante gli anni della dittatura militare) per una politica vecchia, vecchissima. Simbolo di tutto ciò che i brasiliani, quelli che il calcio lo amano per davvero, hanno combattuto negli ultimi anni.

Al caos che regna nei palazzi del potere fanno da contraltare la serenità e la gioia di un gruppetto di ragazzi sulla magnifica spiaggia di Copacabana. Un pallone sgonfio resta sospeso a mezz’aria ed il suo rumore sordo accompagna ogni colpo di testa e qualsiasi altra prodezza in stile carioca. Quel suono, unito a quello delle onde, lascia intendere perfettamente tutta la magia del jogo bonito di cui parlava Zico. Speriamo che il Brasile torni ad essere tutto questo anche sul tappeto verde del Maracaná.

Romeo Lucci