Netanyahu gela negoziati, priorità non sono colonie

Pubblicato il 16 agosto 2013 da redazione

TEL AVIV. – Il problema in campo sul fronte del conflitto mediorientale non è quello degli insediamenti – ma il ‘’persistente rifiuto’’ di riconoscere Israele come ‘’il solo Stato ebraico, in qualsiasi confine’’. Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha riassunto così, senza lasciare troppi spazi a concessioni, la posizione d’Israele al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon sullo sfondo della faticosa ripresa sotto l’egida della mediazione Usa dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi, la cui terza tornata – dopo quella di Washington dello scorso fine luglio e quella di Gerusalemme di mercoledì scorso – è in calendario nei prossimi giorni a Gerico, in Cisgiordania. Netanyahu ha ricordato che il conflitto è cominciato prima della nascita delle colonie e si è trincerato dietro il fatto che quando ci fu il ritiro da Gaza (avversato strenuamente da lui stesso e dalla destra israeliana) ‘’gli attacchi continuarono’’. Dunque, a suo giudizio, la ragione dello stallo andrebbe ricercata piuttosto ‘’nell’opposizione di principio (dei palestinesi e del mondo arabo) a uno Stato ebraico’’. Il premier ha poi ammesso che la questione delle colonie andrà in qualche modo risolta. Ma, scendendo nello specifico, ha pure sostenuto che ‘’tutti sono a conoscenza, compresi i palestinesi’’, che siti come Gilo (nell’area di Gerusalemme est) o come altri insediamenti in cui il suo governo ha appena annunciato nuovi progetti edilizi provocando la dura reazione palestinese e critiche internazionali, ‘’resteranno sotto sovranità israeliana’’ comunque. Mentre Zvi Hauser, uno dei suoi più stretti consiglieri, è andato ancora più in là. E ad Haaretz ha detto che pensare di forzare decine di migliaia di coloni a lasciare la Cisgiordania ‘’è una fantasia’’. ‘’Il vero tema da discutere – ha insistito Netanyahu – è arrivare a uno Stato demilitarizzato palestinese che infine riconosca e accetti l’unico e solo Stato ebraico’’. Al tema delle colonie – la cui illegittimità di fronte al diritto internazionali è stata denunciata di nuovo nei giorni scorsi anche dal motore della ripresa dei colloqui, il segretario di stato Usa John Kerry – si è viceversa riallacciato come a una priorità Ban, che ha incontrato oltre Netanyahu anche il presidente Shimon Peres e la capo negoziatrice e ministro della giustizia Tzipi Livni, anima ‘moderata’ del governo israeliano. Il segretario delle Nazioni Unite, al riguardo, ha sollecitato tutte le parti coinvolte nei colloqui di pace ad astenersi dal fare qualunque cosa possa indebolire il negoziato. Parole non diverse da quelle usate del resto ieri a Ramallah, di fronte al presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen (Mahmud Abbas). E a cui quest’ultimo ha risposto notando che i temi in agenda sono tutti sul tavolo, ma che è ‘’prematuro dire se si possa o meno’’ avere successo. Un sondaggio pubblicato dal quotidiano filogovernativo Israel HaYom non induce alla fiducia indicando che un 80% di israeliani ebrei resta scettico sull’esito delle trattative. Ma Peres non si scoraggia e mostra di poter condividere con Ban, malgrado tutto, almeno un cauto ottimismo.

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