Wikileaks: Usa chiedono 60 anni carcere per Manning

NEW YORK. – ”Merita di trascorrere la maggior parte della sua vita in carcere”. E’ con questa motivazione che gli Stati Uniti chiedono la condanna ad almeno 60 anni di reclusione per Bradley Manning, il soldato americano reo confesso di essere la ‘talpa’ di Wikileaks. Il procuratore militare, Loe Morrow, rincara la dosa: probabilmente non c’è stato alcun militare nella storia che ha mostrato un ”disprezzo” così ”estremo” per gli interessi americani. Il giudice Denise Lind ascolta l’accusa, limitandosi a dire che inizierà a deliberare sulla condanna da infliggere a Manning da questa mattina alle 9. Secondo gli esperti la condanna definitiva potrebbe arrivare oggi o domani. Il soldato-talpa è stato riconosciuto colpevole di 20 capi di accusa, di cui sette nell’ambito dell’Espionage Act, ma ha scampato l’accusa più grave, quella di aver aiutato il nemico. Manning rischia fino a 90 anni di carcere anche se secondo gli esperti non gli sarà inflitta la pena più pesante. I crimini che ha commesso ”gli garantiscono almeno 60 anni” mette in evidenza Morrow, precisando che le azioni di Manning hanno messo a grave rischio di Stati Uniti, creato problemi alle missioni diplomatiche e messo a rischio la vita di civili e soldati. Per il soldato viene anche chiesta una multa di 100.000 dollari, in quella che dovrebbe essere una sentenza esemplare che invii un messaggio chiaro agli altri soldati che stiano pensando di commettere simili azioni. Manning, 25enne nato in Oklahoma, ha scaricato e passato a Wikileaks 700.000 documenti quando lavorava come analista di intelligence in Iraq nel 2010. Il soldato, in tribunale, ha chiesto scusa per aver danneggiato il suo paese e, al giudice, ha chiesto di concedergli la possibilità di andare al college e di tornare a essere un buon cittadino. Durante il processo la sua famiglia e il suo psicologo hanno testimoniato in suo favore, mettendo in evidenza che Manning era sotto una forte pressione a causa di una forma di depressione causata dall’essere un gay nell’esercito durante l’era ‘don’t ask don’t tell’.

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