Siria: l’Italia frena, pensarci 1000 volte

ROMA – Prudenza e lungimiranza. L’Italia frena sulla spinta degli alleati di intervenire con un’azione militare in Siria, dopo la presunta strage con armi chimiche del 21 agosto. Prima di assumere qualsiasi iniziativa “bisogna pensarci mille volte” perché “le ripercussioni sarebbero drammatiche”, avverte il ministro degli Esteri, Emma Bonino, che comunque ritiene impensabile un intervento militare senza la copertura del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Una posizione condivisa dal collega della Difesa Mario Mauro, che ha partecipato a una riunione sulla crisi siriana a Palazzo Chigi con il premier Enrico Letta, il vicepremier Angelino Alfano e la stessa Bonino.

Commentando a Radio Radicale l’uso “abbastanza assodato” di armi chimiche in Siria, il capo della diplomazia italiana – che negli ultimi giorni ha avuto contatti con i colleghi americani e russi John Kerry e Serghei Lavrov, ma anche regionali, tra cui l’iraniano Mohammad Javad Zarif – chiede a quelle capitali che hanno “indizi univoci” sulla responsabilità del regime di Bashar al Assad di condividerle e presentarle all’Onu: le decisioni che ne deriverebbero “hanno implicazioni tali” da far sperare di “non ripetere posizioni per lo meno dubbie” assunte in passato.

Bonino non nomina direttamente le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, pretesto per l’attacco americano in Iraq, ma suggerisce quello che i radicali invocarono invano nel 2003 per evitare il bagno di sangue sulle rive dell’Eufrate: una campagna internazionale per l’esilio di Assad, che apra le porte a un governo transitorio. O, in alternativa, il deferimento del presidente siriano alla Corte penale internazionale.

Insomma, mentre appare tramontare definitivamente l’iniziativa russo-americana per una conferenza di pace Ginevra 2 – che mesi di negoziati in Svizzera non sono riusciti nemmeno a convocare -, secondo Bonino e Mauro non sono ancora esaurite le alternative “non necessariamente militari”.

Del resto, gli stessi paesi che premono per una soluzione militare si rendono conto delle difficoltà di questa opzione, puntualizza Bonino, ricordando come anche il francese Laurent Fabius abbia parlato di “problemi non irrilevanti in caso di intervento senza mandato Onu”. E come a Washington “il più restio” a un intervento è il Pentagono, “non per ragioni ideologiche, ma per la complessità della situazione sul terreno e nella regione”.

E anche nel caso di un “intervento limitato”, Bonino invita a considerare le reazioni di Russia e Iran che potrebbero farlo diventare “mondiale” e, a quel punto, “illimitato”. La titolare della Farnesina auspica infine che chi sta pianificando un attacco, pensi anche al “dopo”:

– Non è mai difficile entrare in un vespaio, uscirne è più complicato.

Ora è necessario attendere i risultati delle ispezioni dell’Onu nel luogo del presunto attacco chimico, alle porte di Damasco. Che hanno, certo, ricevuto un’autorizzazione “tardiva” da parte del regime, ma sulla cui base andranno prese le decisioni.

– Altrimenti – sottolinea – non si capisce perché insistere fino a ieri per farle.

Dal lavoro degli esperti dell’Onu nessuno comunque si aspetta prove “dirette”, ammette il ministro italiano, perché “niente è più volatile del gas” e perché potrebbero essere state inquinate dal “bombardamento intenso” del regime in quella zona che dopo il 21 agosto “ha fatto 700 morti”.