Mons. Parolin, Chiesa aperta non assediata

CITTA’ DEL VATICANO. – Gratitudine a papa Francesco “per l’immeritata fiducia”, “disponibilità” a collaborare con lui per “il bene della Chiesa, il progresso e la pace dell’umanità”, “responsabilità” per una “missione impegnativa ed esigente” che arriva come “una sorpresa di Dio”. C’è la consapevolezza dell’impegnativo ruolo cui è stato chiamato nelle prime parole con cui l’arcivescovo Pietro Parolin, il 58enne veneto nuovo “braccio destro” del Pontefice, ha commentato la sua stessa nomina ad opera di papa Francesco mentre, in una recente intervista, ha indicato le priorità e le sfide che attendono una Chiesa percepita, dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio, “non più come assediata, ma aperta”. Al centro vanno messe “l’attenzione ai poveri”, il continente africano e “la lotta alla corruzione”. Pur giovane (per trovare un segretario di stato di stato meno anziano bisogna risalire a Eugenio Pacelli che ricevette l’incarico nel 1930 a quasi 54 anni), Parolin ha dalla sua una vasta e riconosciuta esperienza che lo ha già portato ad essere scelto per missioni e compiti difficili. Nato a Schiavon, in Veneto, il 17 gennaio del 1955, da un commerciante (scomparso quando lui aveva solo dieci anni) e una maestra elementare, dopo la laurea in diritto canonico alla pontificia università Gregoriana, Parolin è entrato nella scuola diplomatica. Con lui, a guidare la segreteria di stato tornano, dopo l’esperienza del salesiano Bertone, i diplomatici dell’antica tradizione vaticana. Tra l’89 e il ’92 ha operato nelle nunziature di Messico e Nigeria, successivamente in segreteria di stato, ma è soprattutto come ‘viceministro’ degli Esteri del Vaticano, ruolo che ha ricoperto per sette anni dal 2002 al 2009, che il ‘primo collaboratore’ del Papa ha cominciato a farsi apprezzare in un giudizio positivo, largamente condiviso in curia, che ne sottolinea non solo le capacità diplomatiche ma anche le qualità umane e pastorali. Dalle sue mani, in quegli anni, sono passati dossier fortemente impegnativi come quello sulla Cina, sul Vietnam e sul negoziato economico-fiscale tra Santa sede e Israele. Con Pechino, con cui il Vaticano non ha relazioni diplomatiche ed è impegnato da anni in un processo di normalizzazione dei rapporti al fine anche di tutelare la comunità cattolica locale ‘sospesa’ tra Chiesa ufficiale e chiesa clandestina, Parolin ha attivato canali di dialogo. Col Vietnam, poi, ha contribuito ai recenti passi avanti fatti tra i due stati sulla via di un auspicato allacciamento delle relazioni diplomatiche. Tanto impegno, svolto sempre nella riservatezza e rimanendo slegato da cordate ecclesiastiche e giochi di potere interni alla curia, gli è valso nel 2009 la promozione ad arcivescovo e la destinazione nell’ardua ma prestigiosa nunziatura del Venezuela di Hugo Chavez. All’epoca, il suo nome era circolato anche per la carica di sostituto della segreteria di stato (il numero tre del Vaticano) ma Benedetto XVI aveva preferito destinarlo a Caracas dove la sua azione diplomatica ha favorito la riconciliazione tra stato e chiesa dopo un lungo periodo di tensioni. “Sento viva – ha detto Parolin in una dichiarazione diffusa dalla sala stampa vaticana – la grazia di questa chiamata, che, ancora una volta, costituisce una sorpresa di Dio nella mia vita e, soprattutto, ne sento l’intera responsabilità, perché essa mi affida una missione impegnativa ed esigente, di fronte alla quale le mie forze sono deboli e povere le mie capacità”. “Quello che mi ha colpito – ha invece detto in una intervista del 4 agosto scorso rilanciata oggi a proposito dell’elezione di Bergoglio – è che è cambiata completamente la percezione che c’era della Chiesa. Da una chiesa assediata, con mille problemi, una Chiesa che sembrava diciamo così un po’ ammalata, siamo passati ad una Chiesa che si è aperta”. Parolin ha quindi evidenziato come sfide principali della Chiesa di Francesco “la giustizia sociale”, “l’attenzione speciale ai poveri” con una “sottolineatura importante anche per l’Africa” e “la lotta alla corruzione”. Parolin, a questo punto in predicato per la porpora cardinalizia, prenderà possesso del suo ufficio il 15 ottobre prossimo condividendo strettamente con papa Francesco, con cui è legato da una vecchia conoscenza approfondita quando Bergoglio era arcivescovo a Buenos Aires, le sfide che attendono il pontificato. Uomo del dialogo, dall’arcivescovo veneto, descritto come “affabile, sensibile e capace”, dopo la burrascosa stagione di Vatileaks e delle lotte di potere che hanno segnato l’era Bertone culminando nella rinuncia di Benedetto XVI, ci si aspetta un’azione da mediatore nella curia romana, un ruolo quasi da ‘paciere’ in grado di riportare serenità tra i vertici del potere vaticano e di ridare slancio, a tutto tondo, anche all’azione diplomatica della Santa sede.

(Nina Fabrizio/ANSA)

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