Siria: G20 spaccato ma 11 Paesi condannano Assad

Pubblicato il 06 settembre 2013 da redazione

SAN PIETROBURGO – A San Pietroburgo nessun accordo sulla Siria. Il G20, di fronte alla richiesta degli Usa di intervenire contro il regime di Assad, resta spaccato. Nel comunicato finale – come voleva il padrone di casa Vladimir Putin – non c’è nessun cenno alla questione che ha tenuto banco nella due giorni di incontri tra i principali leader mondiali. Ma Barack Obama – che ha insistito sulla necessità di agire anche se è “impopolare” farlo – non torna a casa a mani completamente vuote: in extremis è riuscito a ottenere una dichiarazione firmata da undici Paesi (tra cui Italia, Francia, Regno Unito e Spagna) in cui si condanna con forza l’uso di armi chimiche, si riconosce il regime Assad come responsabile e si chiede “una risposta forte”.

Non é l’appoggio all’azione militare decisa dalla Casa Bianca, ma si avvicina a quel sostegno, quella “comprensione” che il presidente americano chiedeva, soprattutto agli alleati europei. Fino all’ultimo in molti – tra cui il premier italiano Enrico Letta – hanno tentato una mediazione. A sorpresa, poi, Obama e Putin si sono incontrati: venti minuti di faccia a faccia, seduti, in cui se non altro si è sciolto il gelo anche personale delle ultime ore. Ma i toni, nei briefing e nelle conferenze stampa finali, sono rimasti tesi.

Putin ha nuovamente contestato le prove in mano agli americani, quelle che inchiodano Assad per l’attacco col gas sarin compito il 21 agosto a Damasco, costato la vita a centinaia di persone, tra cui moltissimi bambini.

– Quell’attacco – ha detto il presidente russo – é stato solo ”una provocazione” per giustificare l’intervento militare esterno.

Il leader del Cremlino ha quindi messo in guardia Washington dall’impatto imprevedibile che un attacco alla Siria potrebbe avere sull’economia mondiale. E se il regime di Damasco verrà attaccato – ha assicurato minaccioso – la Russia continuerà a sostenerlo come ha fatto finora, “fornendo armi e tramite la cooperazione economica”.

Al fianco di Mosca c’è Pechino. Il presidente cinese, Xi Jinping – nonostante le cordialità scambiate con Obama nel corso dell’incontro che i due hanno avuto prima dell’inizio dei lavori della seconda giornata del G20 – ha ribadito come la crisi siriana “non può essere risolta con un intervento militare”, e ha invitato gli Usa “a pensarci due volte”.

Ma Obama tira dritto per la sua strada, e guarda ora al Congresso, nella speranza che dia il suo ok a un intervento che – ha ripetuto – sarà “limitato e proporzionato”. E che potrá avvenire ”tra un giorno, una settimana o un mese”. I motivi della sua decisione li spiegherá all’America martedì in un messaggio dallo Studio Ovale. Dirà quello che la Casa Bianca ha ripetuto fino allo sfinimento anche a San Pietroburgo: ”Assad é una minaccia per la pace e per la sicurezza mondiali”.

Per questo e per porre fine all’atrocitá dell’uso delle armi chimiche è necessario punirlo. Il presidente Usa ha rilanciato quindi il ruolo dell’Onu, anche se ha sottolineato una realtà che vede il Consiglio di sicurezza ”paralizzato, congelato”.

– La Russia si rifiuta di agire – aveva detto in mattinata uno dei consiglieri della Casa Bianca. Lo sforzo diplomatico degli Usa, comunque non si ferma con la fine del G20.

– Continueremo a discutere con la comunità internazionale – ha assicurato Obama, dicendosi fiducioso che le posizioni, anche con Putin, possano avvicinarsi.

Intanto anche il presidente francese Francois Hollande – unico alleato europeo che ha appoggiato fin dall’inizio la scelta di un intervento militare degli Usa anche senza avallo Onu – ha ‘frenato’, precisando che un coinvolgimento di Parigi non avverrà prima della presentazione del rapporto degli ispettori dell’Onu e specificando che i raid dovranno concentrarsi solo su obiettivi militari e non sulla caduta di Assad.

Il momento della verità si avvicina, con la decisione del Congresso Usa previsto la prossima settimana.

– Capisco lo scetticismo di molti – ha spiegato Obama – ma col sì del Congresso saremo più forti e più efficaci.

G20 o non G20, i venti di guerra spirano sempre più forte.

 

Washington: Onu ostaggio della Russia

Cala il grande freddo tra Putin e Obama al G20 di San Pietroburgo, trasformato da piattaforma per l’economia mondiale in nuova arena diplomatica dove i due principali rivali si contendono i leader di fronte al bivio della crisi siriana. E dove Barack Obama ha risposto ai ripetuti appelli alla “soluzione politica” lanciati dagli europei insistendo sulla necessità di una “risposta militare” al crimine commesso dal regime di Assad.

Il duello si è consumato nella cena di lavoro al Peterhof, la sontuosa Versailles russa, dove il presidente russo ha proposto di discutere l’argomento su richiesta di molti leader. Ma la cena ”ha certificato le divisioni sulla Siria”, come ha confermato anche il premier Letta su Twitter. In giornata però il primo round sembra andato al Cremlino, che è riuscito a mettere insieme un fronte ampio: dal tradizionale alleato cinese ai Brics, dalla Ue all’Onu sino, inaspettatamente, al Vaticano.

La lettera-appello del Papa a Putin, come presidente del G20, e il moltiplicarsi delle iniziative pacifiste nel mondo sull’onda del digiuno da lui promosso per sabato rafforzano l’asse contro il blitz. E irrigidiscono ulteriormente i rapporti tra il presidente russo e quello americano, come si è visto all’inizio del summit. Al momento del benvenuto, i due si sono scambiati una gelida stretta di mano e sorrisi di circostanza, a denti stretti. Poi si sono ignorati anche all’interno della magnifica sala della prima sessione plenaria, tenendosi debitamente a distanza: Putin, padrone di casa, si è messo quasi subito a sedere con l’aria impaziente di chi voleva iniziare i lavori mentre gli ospiti indugiavano. Tra questi lo stesso Obama, che si è intrattenuto con la presidente sudcoreana prima di andare a chiacchierare con il premier italiano Enrico Letta e quello britannico David Cameron.

Il summit è iniziato con uno schieramento anti blitz delineatosi prima dell’inizio dei lavori. A dare il ‘la’ è stata la delegazione cinese, guidata dal presidente Xi Jinping.

– L’unica via possibile per porre fine alla crisi siriana è una “soluzione politica”.

Sulla stessa lunghezza d’onda la Ue: una posizione analoga è stata ribadita sia dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy che dal presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, pur nella condanna dell’uso ”cinico” delle armi chimiche. Anche i Brics, ancora irritati per lo spionaggio Usa legato al Datagate, hanno espresso la loro preoccupazione per un intervento armato e per le conseguenze ”estremamente negative” che potrebbe avere sull’economia mondiale.

Nel frattempo l’Onu ha intensificato le sue iniziative per una soluzione politica, rilanciando la sempre più moribonda conferenza di pace Ginevra-2: per sostenerla, a sorpresa è arrivato a Mosca anche l’inviato speciale della Lega Araba e dell’Onu, Lakhdar Brahimi, che è stato invitato all’incontro tra il capo della diplomazia russa e i ministri degli Esteri del G20.

A spostare il baricentro della diplomazia verso una soluzione politica anche la lettera inviata dal pontefice a Putin, nelle sue vesti di presidente del G20: un “sentito appello” ai leader “perché aiutino a trovare vie per superare le diverse contrapposizioni e abbandonino ogni vana pretesa di una soluzione militare”. Pesa anche il suo invito al miliardo e due milioni di cattolici nel mondo, e ai credenti di ogni fede, ad unirsi a lui nella giornata di preghiera e di digiuno per la pace in Siria.

Si è mossa anche la Conferenza episcopale degli Stati Uniti con un nuovo appello direttamente ad Obama contro l’intervento militare in Siria. Il Cremlino non ha ancora ricevuto la lettera del Papa ma, ha spiegato il portavoce Dmitri Peskov, ”se fosse vero che il Papa ha chiesto a Putin di continuare i suoi sforzi per una soluzione pacifica del conflitto siriano, risponderemo che questo sforzo continuerà”.

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