Turchia, Erdogan ammassa truppe al confine

ANKARA. – Per il premier turco Recep Tayyip Erdogan si è appena chiuso, male, un fronte con la sconfitta di Istanbul nella corsa per le Olimpiadi 2020, ma se ne riaprono altri due a forte rischio: Ankara ammassa truppe e blindati al confine con la Siria e prepara una possibile guerra contro Assad, mentre si fa a rischio il processo di pace nel Kurdistan, dove si è fermato il ritiro dei guerriglieri del Pkk verso il Nord Iraq. Schierato dall’inizio della crisi con i ribelli sunniti siriani contro l’ex-amico Bashar al Assad, Erdogan è uno dei principali sostenitori dei piani di attacco del presidente Usa Barak Obama contro Damasco. Il premier islamico turco si è dichiarato pronto a partecipare a ”qualsiasi coalizione” contro Assad, e preme da tempo per un intervento internazionale, non solo ‘punitivo’ e di durata limitata, ma di lungo respiro, ”come in Kosovo”, che rovesci Assad. Da una settimana Ankara concentra rinforzi lungo il confine siriano, spostando uomini, blindati e missili terra-aria Stinger. L’esercito della Mezzaluna sta costruendo una nuova base sul Monte Kal, che domina la costa mediterranea siriana di Lattakia e il ‘paese alawita’, fino alla base russa di Tartus. E l’affollatissimo pezzo di Mediterraneo nel quale si stanno concentrando una eteroclita armada di navi militari russe, Usa, britanniche, francesi, iraniane. Ma l’attivismo del governo islamico sul fronte della crisi siriana – l’opposizione accusa Erdogan di aiutare anche il Fronte al Nusra, affiliato ad al Qaida – non ha l’appoggio del paese. Secondo un recente sondaggio il 72% dei turchi è ostile a un intervento militare contro Damasco. E i dubbi crescenti sulla responsabilità del presunto attacco chimico del 21 agosto rischiano di rafforzare ulteriormente il ‘fronte del no’. La testimonianza del belga Pierre Piccinin, ostaggio per 5 mesi dei ribelli siriani con l’italiano Domenico Quirico, rilancia la tesi di una ‘provocazione’ degli stessi ribelli per fare scattare un intervento internazionale contro Damasco. Per Erdogan, la cui immagine è già appannata all’estero dalla feroce repressione delle proteste di giugno – che ha contribuito al fallimento della candidatura di Istanbul 2020 – un conflitto con la Siria, dalle conseguenze imprevedibili, potrebbe avere un alto costo politico. Il ‘sultano’ di Ankara si prepara ad affrontare nei prossimi 18 mesi un tris elettorale amministrative-presidenziali-politiche ad alto rischio. E la situazione si è fatta ancora più complessa nelle ultime ore con la decisione del Pkk di fermare il ritiro dei suoi 3mila guerriglieri dal territorio turco verso il Nord Iraq previsto nelle trattative di pace condotte con il governo Erdogan dal leader storico curdo Abdullah Ocalan. I ribelli curdi accusano il premier islamico di non avere rispettato i patti. In cambio della tregua decisa in marzo e del ritiro dei ribelli, Ankara avrebbe dovuto varare profonde riforme politiche e culturali per garantire più democrazia e autonomia nel Kurdistan turco, e iniziare a liberare le migliaia di politici, giornalisti, sindacalisti, attivisti curdi tuttora in carcere. Misure però che per ora non sono scattate. Il Pkk ha lanciato ora un preciso avvertimento. La tregua però rimane in vigore. Almeno per ora.

(Francesco Cerri/ANSA)

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