Papa Francesco: “Ospitare i rifugiati nei conventi vuoti”

Pubblicato il 10 settembre 2013 da redazione

CITTA’ DEL VATICANO  – Dopo la tragedia dei morti in mare, per i quali si è chinato in preghiera a Lampedusa, il dramma dei rifugiati, che hanno lasciato i loro paesi per sfuggire a guerre e massacri e che devono essere accolti e aiutati, difesi nella loro dignità. Visitando ieri il Centro Astalli di Roma, la struttura per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati curato dal Jesuit Refugee Service presso la Chiesa del Gesù, papa Francesco ha percorso la seconda tappa nella sua forte testimonianza sul problema immigrazione, segnando un altro momento estremamente significativo del suo primo semestre di pontificato. Lanciando anche una proposta che lascerà il segno, un vero sasso nello stagno.

– I conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi – ha detto nel suo discorso, rivolgendosi a religiosi e religiose -. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati.

Il Papa è arrivato al Centro Astalli, a bordo della sua ormai abituale Ford Focus e senza scorta, con a fianco in macchina, oltre all’autista e al maggiordomo “Sandrone” Mariotti, il solo capo della Gendarmeria Domenico Giani. Accolto dal cardinale vicario Agostino Vallini e dal presidente del Centro Astalli, il suo confratello gesuita padre Giovanni La Manna, Bergoglio si è subito intrattenuto con i rifugiati in fila dinanzi alla mensa. Quindi nei locali della mensa ha salutato rifugiati e volontari mentre veniva distribuito il pasto.

Ha abbracciato e parlato, uno per uno, con una ventina di rifugiati da svariati paesi, La Repubblica Democratica del Congo, il Camerun, la Nigeria, la Somalia, il Pakistan, l’Afghanistan, con alle spalle storie di grande sofferenza e spesso e persecuzione. Nella Chiesa del Gesù, poi, dove il 31 luglio aveva celebrato la messa per la solennità di Sant’Ignazio, dopo il discorso di padre La Manna e le testimonianze di Carol e Adam, rifugiati rispettivamente dalla Siria e dal Darfur, ha parlato agli oltre 500 presenti, tra operatori, volontari e ancora profughi.

– Ognuno di voi porta una storia di vita che ci parla di drammi di guerre, di conflitti, spesso legati alle politiche internazionali – ha detto -. Ma ognuno di voi porta soprattutto una ricchezza umana e religiosa, una ricchezza da accogliere, non da temere. Non dobbiamo avere paura delle differenze! –  ha esclamato il Papa, con riferimento alla presenza di molti musulmani e di persone di altre religioni.

E sul ruolo di Roma come seconda tappa nel percorso di immigrazione, l’ha richiamata a essere “la città che permette di ritrovare una dimensione umana, di ricominciare a sorridere”. Quanto volte, invece, è stato il suo monito, le persone rifugiate “sono costrette a vivere in situazioni disagiate, a volte degradanti, senza la possibilità di iniziare una vita dignitosa, di pensare a un nuovo futuro”.

Bergoglio ha ringraziato il centro Astalli e quanti si adoperano in favore dell’accoglienza, per le quali ha ricordato le tre parole che sono il programma di lavoro per i gesuiti e i loro collaboratori: “servire, accompagnare, difendere”. Quindi i valori della “solidarietà” verso i più bisognosi, una parola che “nel mondo più sviluppato fa paura”, “è quasi una parolaccia”.

– I poveri sono anche maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio – ha ricordato il Pontefice -. La sola accoglienza non basta, la carità che lascia il povero così com’è non è sufficiente: la misericordia vera chiede la giustizia, e cioè che il povero trovi la strada per non essere più tale. L’integrazione, insomma – ha proclamato il Papa -, è un diritto.

Il Pontefice ha fatto appello a tutta la Chiesa, in cui “l’accoglienza del povero e la promozione della giustizia” non devono essere un compito solo degli “specialisti”, ma “un’attenzione di tutta la pastorale”. E rivolgendosi a frati e suore, il richiamo a non trasformare i conventi vuoti in alberghi ma a farne luoghi d’accoglienza per i rifugiati, che “sono la carne di Cristo”. Un nervo scoperto, quello toccato da Bergoglio, visto il gran numero di strutture chiuse, inutilizzate, o con ranghi di religiosi e religiose sempre più ristretti.

– Abbiamo bisogno di comunità solidali che vivano l’amore in modo concreto! -ha detto ancor il Papa invitando al “coraggio” di mettersi sempre, con decisione, “dalla parte di chi è più debole”.

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