Caso Berlusconi, é battaglia su voto segreto

Pubblicato il 17 settembre 2013 da redazione

ROMA – Questa sera la Giunta per le Immunità del Senato dovrà pronunciarsi con voto palese sulla relazione di Andrea Augello (Pdl) nella quale si dice ‘no’ alla decadenza dal mandato di parlamentare di Berlusconi nonostante questo sia stato colpito da condanna definitiva a 4 anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per la vicenda Mediaset. Ma in quello che secondo la legge cosiddetta Severino sarebbe dovuto essere quasi un “automatismo”, cioè la deliberazione sulla decadenza in caso di condanna, arriva un nuovo piccolo colpo di scena che però, come si assicura in Giunta, ”non avrà alcuna influenza sui lavori” dell’organismo parlamentare presieduto da Dario Stefano (Sel).

Due avvocati (coordinati da Micaela Biancofiore (Pdl)) Daniele Morelli e Maurizio Benedettini, presentano al Pg della Cassazione un ricorso nel quale si chiede di annullare la sentenza di condanna per un difetto di composizione del collegio. Tra i cinque magistrati che ne facevano parte, è la loro motivazione, 4 erano penali e uno civile, Giuseppe De Marzo. E questo, sostengono i legali, sarebbe in violazione dell’articolo 67 dell’ordinamento giudiziario e degli articoli 25 e 3 della Costituzione che tutelano i principi del diritto al giudice naturale e di uguaglianza davanti alla legge. Tutti i magistrati, si osserva, sarebbero dovuti essere penali.

– Abbiamo poi deciso di presentare il ricorso in Giunta – spiega Benedettini – perchè si sospendessero i lavori e non si arrivasse al voto sul Cavaliere prima che la Cassazione decidesse sul nostro ricorso.

L’iniziativa, dalla quale Palazzo Grazioli prende subito le distanze (”non è stata autorizzata da Berlusconi”), non è l’unica novità. Ieri, per la prima volta dalla condanna del Cav, interviene l’ex Guardasigilli Paola Severino che ricorda come la legge (che ormai porta il suo nome nonostante sia stata firmata anche da Patroni Griffi e Cancellieri) era stata ”condivisa da tutte le forze politiche” e pertanto ora ”deve essere applicata dal Parlamento”. Mentre, il M5S presenta la sua proposta per cambiare il regolamento del Senato e abolire definitivamente il voto segreto.

– Visto che gli altri partiti hanno dubbi su come si voterà in Aula in caso di voto segreto tentando sin da ora di dare a noi le ‘colpe’ – spiega il capogruppo Nicola Morra – noi eliminiamo il problema alla radice prevedendo solo voti palesi.

– Se ci fosse la volontà politica – incalza Michele Giarrusso (M5s) – il regolamento si potrebbe cambiare in pochi giorni.

Ma c’è anche un precedente illustre ‘riportato a galla’ da Giovanni Pellegrino a proposito del voto che ci dovrà essere in Aula, che sembra destinato a far discutere. L’ex presidente della Giunta per le Immunità del Senato rammenta di come nel caso dell’autorizzazione a procedere chiesta nel ’93 per Andreotti, l’Assemblea di Palazzo Madama si espresse con voto palese senza dover cambiare il Regolamento. Bastò un parere della Giunta per il Regolamento, richiesto dall’allora numero uno del Senato Giovanni Spadolini, nel quale si precisò che i voti sulle proposte della Giunta per le Immunità in tema di autorizzazione a procedere non erano da considerarsi un voto sulle persone (per il quale serve il voto segreto), ma un voto sui rapporti tra organi dello Stato per il quale è previsto uno scrutinio palese. Pellegrino si appella quindi a Grasso affinchè estenda tale parere anche alla decadenza fissata dalla legge Severino in caso di condanna definitiva.

In attesa di capire cosa accadrà in Aula, la Giunta conclude la discussione generale durante la quale spunta quello che viene subito ribattezzato il ‘lodo Buemi’ dal nome del senatore socialista che lo presenta. L’idea, dichiarata inaccoglibile da Stefano, è semplice: bocciare la relazione di Augello; eleggere subito un Comitato inquirente (previsto dal regolamento) per approfondire la questione. Poi si dovrà decidere non sulla decadenza, ma sull’interdizione, che deve però ancora essere quantificata dai magistrati. Non esiste, taglia corto Stefano, ”che ci si pronunci su una parte della sentenza di condanna non ancora passata in giudicato

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