Kenya, finisce l’incubo al mall, “liberi tutti ostaggi

Pubblicato il 23 settembre 2013 da redazione

ROMA  – L’incubo al Westgate sembra finito. Con un annuncio a sorpresa in tarda serata il governo del Kenya ha sollevato la nazione affermando che la battaglia al centro commerciale Nairobi, da tre giorni nelle mani dei terroristi islamici Shabaab, sarebbe finita”.

– Siamo convinti che tutti gli ostaggi siano stati liberati – ha detto il portavoce del governo aggiungendo che allo shopping center “le forze speciali non hanno trovato resistenza” prendendo così il “controllo dell’edificio”.

Il bilancio delle vittime accertate finora resta comunque tragico con almeno 62 morti, 63 dispersi e circa 200 feriti secondo la Croce Rossa locale, ma c’è il rischio che possa aumentare nelle ore a venire. Tre miliziani sono stati uccisi, ha aggiunto la sicurezza, mentre almeno una decina di persone “sospette” sono state arrestate. Con un nuovo assalto all’alba, le forze di sicurezza kenyane hanno dato il via a quella che hanno definito “l’operazione finale”.

La tensione è stata altissima per tutta la giornata. Tanta la paura fra i curiosi e i reporter assiepati davanti al Mall – ma tenuti a debita distanza dalle forze di sicurezza – che hanno raccontato di violente sparatorie e fortissime esplosioni. Nelle stesse ore gli integralisti islamici filo-al Qaida degli Shabaab hanno minacciato di uccidere tutti gli ostaggi nelle loro mani. Alla Bbc un sedicente portavoce dei fondamentalisti somali ha escluso la presenza di “americani o britannici” nel commando armato, così come era trapelato. L’uomo, che si fa chiamare “Abu Omar”, ha smentito anche la presenza della “vedova bianca” nel gruppo, Samantha Lewthwaite: “Si tratta solo di voci infondate”.

La Lewthwaite, 29 anni, di origini britanniche, è la vedova di Germaine Lindsey, uno dei kamikaze dell’attentato alla metro di Londra del luglio 2005 in cui vennero uccise 52 persone. Madre di tre figli, ricercata per complicità negli episodi di Londra, è sospettata di aver partecipato in prima persona all’attentato del giugno 2012 in un locale di Mombasa, in Kenya, cha ha provocato tre morti e 25 feriti. Secondo il capo dell’esercito kenyano Julius Karangi tuttavia i membri del commando sono di diverse nazionalità.

La Casa Bianca in giornata ha riferito di non avere conferma del coinvolgimento di americani nell’attacco ma di essere informata dei tentativi degli Shabaab di arruolare cittadini statunitensi. L’Fbi sta comunque indagando in queste ore. Mentre le ore passavano nuove forti esplosioni risuonavano nell’area circostante, e un denso fumo nero si è sprigionato a lungo dalla struttura. La polizia ha sparato gas lacrimogeni per disperdere la folla nei dintorni del Westgate nel timore di “infiltrazioni” dei terroristi tra la gente comune. E il ministro dell’Interno ha raccontato che alcuni degli assalitori “erano vestiti da donna” per mimetizzarsi tra la folla prima di attaccare il centro commerciale. All’odore dei gas urticanti si è aggiunto il fetore dei cadaveri filtrato dalle finestre della camera mortuaria dove sono assiepati i corpi martoriati delle vittime.

Tutto intorno regna l’angoscia di chi ha perso un suo caro e di chi ancora non lo sa. L’angoscia è palpabile tra la gente. Cala la sera e Nairobi attende con ansia la fine dell’incubo iniziato sabato. Poi l’annuncio del governo dell’avvenuta liberazione di tutti gli ostaggi e del riuscito blitz delle forze speciali nel palazzo. Intanto mentre si moltiplicano le condanne all’attacco terroristico da parte delle diplomazie mondiali (“un atto terribile”, ha tuonato Barack Obama), i giudici della Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aja hanno deciso di rinviare di una settimana il processo a William Ruto, il vicepresidente del Kenya accusato di crimini contro l’umanità, e di consentirgli di rientrare a Nairobi. Lo stesso Ruto aveva chiesto un rinvio sine die per poter seguire in prima persona la vicenda dell’attacco al Westgate.

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