“Diario Proibito”, per non dimenticare gli orrori del passato

Pubblicato il 01 ottobre 2013 da redazione

ROMA – “Abbiamo un giacimento di personalità italiane in giro per il mondo  che sono emigrate dalla nostra regione. Se avessimo la fortuna di poterli ascoltare tutti e di narrare le loro storie, sarebbe straordinario.” Inizia con un elogio corale a tutti  gli emigrati abruzzesi l’intervento del sottosegretario alla presidenza del consiglio italiano Giovanni Legnini,  ma a uno in particolare, Mario Fratti. Noto drammaturgo, nato a l’Aquila nel 1927, decise di emigrare a New York più di 50 anni fa, dietro consiglio di Strassberg, che  durante una visita in Italia nel ’62 assistette alla messa in scena de ‘ Il suicidio’, scritto da Fratti .

E aveva ragione il regista americano, anch’egli emigrato ma dall’Ucraina, perché è nella Grande mela che il giovane abruzzese ottenne  fama e successo mondiali. Suo il celebre musical ‘Nine’, vincitore di 7 Tony awards, gli oscar del teatro,  tratto da una sua commedia scritta nel 1981, “Six Passionate Women”, liberamente ispirata a “Otto e mezzo” di Fellini e poi diventato un film a Hollywood per la regia di Rob Marshall.

Abbiamo incontrato Mario Fratti  giovedì a Roma, alla presenza delle istituzioni abruzzesi e nazionali, alla Camera dei Deputati, per la presentazione di ‘Diario proibito’, il suo primo romanzo scritto all’età di 22 anni. La storia di quest’opera narrativa è peculiare, così come quella del libro, dove gli artifici stilistici e le distrazioni freudiane diventano realtà.

Fratti ci racconta di avere scritto ‘Diario proibito’ nel ‘59, ma la censura ne proibì la pubblicazione a causa di alcuni tabu politici e morali considerati in quell’epoca inviolabili. Così rimase chiuso in un cassetto per tantissimi anni. Fino ad oggi. Lo stesso accade a Mario, il protagonista del romanzo, un milite fascista aquilano che sotto la Repubblica Sociale italiana torturò gli oppositori del regime annotando tutte le violenze procurate  allora in un diario, ritrovato ’per caso’ solo moltissimi anni dopo. Il personaggio ha voluto rimuovere le nefandezze del suo passato dimenticando l’esistenza di quelle pagine?. Non confondiamo però il protagonista con l’autore. Fratti durante il Fascismo stava per arruolarsi tra i partigiani della Brigata Maiella, ma rinunciò. Quando scoprì che l’intera milizia venne assassinata, decise di scrivere questo romanzo e di ’espiare’ la sua mancata eroicità che gli salvò la vita ma che determinò grandi sensi di colpa, attraverso la denuncia.

“Un romanzo più unico che raro”, come spiega  la professoressa e  critica letteraria presente in sala, Lucilla Sergiacomo. Per diversi motivi. Per lo stile elaborato del linguaggio, diverso da tutte le altre opere che caratterizzano la scrittura frattiana, solitamente sintetica e pulita.

“Io stesso – aggiunge Fratti – ne sono rimasto sorpreso quando ho riletto il romanzo. Non ricordavo di avere, da giovane, questa ricchezza lessicale.”

Ma unico perché esemplare, come il messaggio che lo accompagna. Ricorda lo storico Mario Avagliano nella sua prefazione: “E’ come guardare allo specchio, da italiani, una pagina di storia che abbiamo voluto dimenticare e che invece Mario Fratti ci costringe a ricordare”. E’ proibito dimenticare – per l’umanità – gli orrori del fascismo. E il maestro, da progressista tenace lo sa bene. Sa che gli italiani tendono a dimenticare, ancora oggi. “Nulla è cambiato in Italia rispetto ad allora”. E alla nostra domanda se gli manca l’Italia – anche se solitamente torna nel nostro paese una volta all’anno – ci risponde categoricamente:

“No, per niente”.

Possiamo biasimarlo?

Laura Polvarani

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