Rabbia contro Congresso. Offensiva Obama per accordo

NEW YORK. – ‘Shutdown, Day 2’, recitano le televisioni. E nel secondo giorno di paralisi della gran parte dei servizi offerti dal governo americano va in onda la rabbia: quella di centinaia di migliaia di americani che non ne possono più di un Congresso incapace di evitare quello che la Casa Bianca ha definito “un dramma”. E quella di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici che per il secondo giorno consecutivo restano a casa, o continuano a lavorare senza la certezza di essere pagati. Fino a un gruppo agguerrito di veterani che ‘forzano’ il Memorial che sul Mall di Washington ricorda i caduti della Seconda guerra mondiale: transennato come tutti gli altri monumenti e musei della zona. A Capitol Hill cresce la preoccupazione per quello che i sondaggi indicano come il calo di popolarità più marcato nella storia parlamentare americana. Ma l’intesa appare ancora lontana. Il muro contro muro sembra ancora prevalere. Dopo il giorno dell’ira, comunque, per Barack Obama è il giorno dell’offensiva, per tentare di sbloccare la situazione e porre fine a una ‘chiusura’ insostenibile dello Stato americano. Fitta l’agenda di incontri alla Casa Bianca, dove il presidente americano riceve prima tutti i principali banchieri di Wall Street (da Lloyd Blankfein di Goldman Scahss a Jamie Dimon di JPMorgan) e poi tutti i leader di maggioranza e minoranza della Camera dei Rappresentanti e del Senato. L’attenzione non è posta solo sulla necessità di raggiungere un’intesa sul bilancio, che permetterebbe riaprire il rubinetto delle risorse federali e riprendere a finanziare i cosiddetti ‘servizi non essenziali’ colpiti dallo ‘shutdown’. Quello su cui Obama – e non solo Obama – insiste in queste ore è soprattutto la necessità di un immediato innalzamento del tetto del debito entro la scadenza prevista del 17 ottobre. Perchè se ciò non avvenisse, le conseguenze sarebbero ben più gravi di quanto sta accadendo in queste ore. Il rischio sarebbe in particolare quello del primo ‘default tecnico’ della storia degli Usa, con le casse dello Stato vuote e l’impossibilità di pagare stipendi e pensioni. Il segretario al Tesoro, Jack Lew, ha già lanciato l’allarme: dopo il 17 ottobre in cassa resteranno solo 30 miliardi di dollari, e il Tesoro ha già cominciato ad adottare le misure straordinarie previste in caso di penuria di fondi. Bisogna dunque agire subito, è il suo accorato appello al Congresso. Ma lo spettro del default si aggira non solo sull’America. Il suo impatto, infatti, sarebbe devastante per l’economia mondiale, con gli Usa che verrebbero immediatamente downgradati dalle principali agenzie di rating internazionali. E’ proprio su questo che nelle ultime ore si sta concentrando l’attenzione di tutti. Non a caso anche il Fondo monetario internazionale e il presidente della Bce, Mario Draghi, hanno lanciato l’allarme: la situazione in America rischia di compromettere seriamente la ripresa globale. Uno scenario che nessuno, in tempi di crescita ancora timida dopo la più grave crisi del dopoguerra, può permettersi. Intanto le conseguenze dello ‘shutdown’ sono sotto gli occhi di tutti. Non solo parchi e musei chiusi. Il capo di Stato maggiore ha spiegato come la mancanza di fondi ha un impatto reale sulle quotidiane operazioni delle Forze Armate Usa. E il numero uno dell’intelligence americana, James Clapper, ha parlato di “situazione da sogno” per i servizi segreti stranieri, visto che la ‘chiusura’ parziale dello Stato federale ha portato alla messa in congedo di circa il 70% degli 007 e del personale civile delle agenzie federali, dalla Cia alla Nsa.

Decine parlamentari rinunciano a stipendio
Con l’opinione pubblica sempre piùinfuriata nei loro confronti per le conseguenze dello shutdown del governo, alcune decine di parlamentari Usa hanno annunciato che non accetteranno il loro salario o lo gireranno in beneficienza per tutta la durata della chiusura della pubblica amministrazione. Per legge i parlamentari Usa, al pari del presidente e dei ministri, continuano ad essere pagati perché il loro lavoro, autorizzato dalla Costituzione, viene ricompensato con fondi “obbligatori”, non iscritti cioè nelle leggi annuali di spesa. Deputati e senatori guadagnano 174 mila dollari lordi all’anno con i leader di Capitol Hill come lo Speaker John Boehner che portano a casa 223 mila dollari. Ma con le polemiche crescenti che vedono il Congresso al fanalino di coda del gradimento degli americani, una settantina di parlamentari, metà repubblicani e metà democratici, hanno annunciato che rinunceranno alla paga. “Dobbiamo dare l’esempio, mettendo la gente davanti alla politica”, ha detto il democratico Ami Bera: “Se il Congresso non può fare il suo lavoro certamente non dovrebbe essere pagato durante una crisi”. Per Chris Collins, repubblicano di New York, il Congresso “è stato mandato a Washington con un incarico. Se non riusciamo ad assolverlo, non dobbiamo prendere lo stipendio che è pagato con le tasse degli americani”. Negli Usa il malcontento verso Capitol Hill è alle stelle con soltanto un americano su dieci che ammette di avere una opinione favorevole del Congresso. Ieri ha interpretato la rabbia dell’uomo della strada davanti alla serrata che ha lasciato senza paga 800 mila dipendenti federali una prima pagina shock del Daily News in cui la Camera dei Rappresentanti veniva definita una “casa di str….”.