San Leo. La rocca del mago

Pubblicato il 03 ottobre 2013 da redazione

Il borgo
Il borgo prende nome da San Leone che, giunto insieme a San Marino dalle coste della Dalmazia, avrebbe evangelizzato la zona diventandone il primo vescovo. Il monte su cui poggia San Leo e che dà nome all’intero territorio, il Montefeltro, deriverebbe dal latino Mons Feretri, in quanto, secondo la tradizione, l’attuale luogo della cattedrale di San Leo sarebbe stato occupato da un tempio a dedicato Giove Feretrio.

Da vedere
Dai suoi quasi 600 metri d’altezza, la rocca di San Leo domina la vallata del Marecchia e un panorama di boschi, picchi rocciosi e calanchi che si spinge fino al mare. Più sotto, il piccolo borgo è raccolto e compatto, ancora lastricato in pietra e pervaso di una rilassante atmosfera. Le colline sono punteggiate di piccoli abitati, di luci che si accendono col buio, di stradine animate da chi è in fuga dalla movida della Riviera. Siamo nel Montefeltro marchigiano, ma c’è già aria di Romagna.

Iniziamo la nostra visita al borgo partendo dall’edificio più antico, la Pieve, che raccoglie intorno a sé il nucleo della città medievale. Costruita in epoca carolingia e rimodernata in età romanica, tutta in conci di pietra, la pieve sarebbe sorta tra VIII e X secolo nel luogo – sostiene la tradizione – dell’originaria celletta in cui San Leone si ritirava in preghiera. L’interno è a pianta basilicale con tre navate separate da pilastri e colonne, innalzati con materiale di recupero di età romana; vi si ammira un ciborio del IX secolo.

In quello stesso secolo, accanto alla pieve fu eretta la Cattedrale, consacrata al culto del Santo Leone. A partire dal 1173 (la data è scolpita sul pilastro di una navata) la cattedrale fu completamente rinnovata nelle forme romanico-lombarde in cui la ammiriamo oggi, e unita alla possente torre campanaria di probabile origine bizantina. Realizzata in pietra arenaria, la cattedrale come la pieve ricicla elementi di epoca romana (due colonne e i capitelli). Nel catino dell’abside centrale del presbiterio è conservato un Crocefisso del XIII secolo, mentre nella cripta le colonne hanno capitelli bizantini.

Il nucleo romanico del borgo – pieve, cattedrale e torre – si confronta in piazza Dante Alighieri con gli edifici civili, quali il Palazzo Della Rovere, residenza dei conti di Montefeltro e duchi di Urbino ora sede municipale, il Palazzo Nardini (XIII-XVI sec.), dove fu ospite San Francesco nel 1213, e il Palazzo Mediceo, costruito dai Della Rovere e rimodernato dai Medici (1517-21). Chiudono la piazza la chiesa della Madonna di Loreto e abitazioni costruite fra il XIV e il XIX secolo.

Distanziata dall’abitato, per evidenti ragioni difensive, è la Fortezza costruita in cima a uno sperone di roccia in quasi miracoloso equilibrio. Il primitivo nucleo altomedioevale, in cui dal 961 al 963 il re d’Italia Berengario fu assediato da Ottone I di Germania, venne ampliato tra XIII e XIV secolo, quando i Malatesta riuscirono a sottrarre San Leo ai Montefeltro. Il mastio medievale, difeso dalle quadrangolari torri malatestiane, fu completamente ridisegnato dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini nel 1479 per volere di Federico da Montefeltro. L’architetto escogitò la doppia cortina che congiunge i poderosi torrioni circolari e la munì del grande rivellino rivolto a sud, sotto il quale pose una casamatta. La nuova forma doveva consentire di rispondere al fuoco colpendo il nemico con tiri incrociati, da qualunque parte provenisse l’attacco. La fortezza fu protagonista di importanti vicende guerresche durante il periodo rinascimentale, che alimentarono la fama della sua inespugnabilità. Con la devoluzione del ducato di Urbino allo Stato Pontificio (1631), la rocca perse il suo scopo militare e fu adattata a carcere. Nel 1788, poiché le carceri della fortezza erano molto insalubri, il governo pontificio incaricò l’architetto Giuseppe Valadier di apportare all’intera struttura le necessarie migliorie. Dal 1791 e fino alla morte avvenuta nel 1795, vi fu rinchiuso il conte di Cagliostro, uno dei più enigmatici avventurieri dell’età dei Lumi. Il carcere fu utilizzato anche per molti patrioti antipapalini.

A circa due km dall’abitato si trova il convento di Sant’Igne, la cui fondazione è attribuita a San Francesco. Risale al XIII secolo e conserva, nella piccola chiesa, un affresco con la Madonna in trono con Bambino e Santi (1535) nonché un pezzo del tronco dell’olmo sotto il quale il Santo predicò.
Il prodotto
Balsamo di Cagliostro, digestivo a base di liquirizia.
Formaggio alle foglie di noce
Miele di San Leo
Spianata e dolci

Il piatto
Coniglio al finocchio selvatico

Ingredienti:
1 coniglio grosso (tenendo anche il fegato e i reni)
3 spicchi d’aglio
1 hg di pancetta
finocchio selvatico fresco (un mazzetto consistente)
vino bianco secco
olio, sale e pepe

Preparazione:
Lavorare bene il coniglio e le interiora, tagliare la testa e farlo scolare bene.
Nel frattempo preparare un infuso con il finocchio selvatico e gli spicchi d’aglio pelati e lasciati interi.
Scolare il finocchio selvatico e l’aglio, tenendo l’acqua di cottura. Tritare aglio e finocchio e impastare insieme alla pancetta tritata.
Salare e pepare abbondantemente il coniglio dentro e fuori.
Spalmare l’interno del coniglio con l’impasto di pancetta, inserire anche il fegato e i reni interi oppure tagliuzzati.
Chiudere il ventre del coniglio con stuzzicadenti e legare con lo spago per arrosti.
Cuocere in forno, precedentemente riscaldato, a 120° per circa due o tre ore bagnandolo spesso con vino bianco e l’infuso.
Come raggiungere il Borgo

 

 

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