Naufragio: l’orrore dei sub, I corpi uno sull’altro

LAMPEDUSA (AGRIGENTO) – “Vuoi saperlo davvero che c’è là sotto? C’è l’orrore. Ci sono decine di corpi, forse centinaia. Stanno uno sull’altro, ammassati e incastrati. I più fortunati sono quelli che sono morti per primi”. Perché? “Perché gli altri quando hanno capito che stavano morendo, hanno tentato di fuggire e si sono schiacciati uno con l’altro, rimanendo bloccati nella stiva”. Rocco cerca di scacciare l’immagine che lo tormenta, mentre guarda fisso davanti a sé. È arrivato a Lampedusa sei anni fa, da Parma: ma il blu unico di questo pezzo di Mediterraneo l’ha ipnotizzato e non è più tornato indietro.

– E’ blu anche a 47 metri, questo mare. Si vede tutto, benissimo. Anche ieri si vedeva alla perfezione. E quello che ho visto non lo dimenticherò mai.

Rocco Canell è un sub, ha un diving sull’isola. Ieri pomeriggio, quando il sonar del peschereccio ‘Graziella’ ha individuato il relitto, è stato il primo ad immergersi. E a scoprire l’orrore.

– Il primo morto l’ho visto sulla sabbia, a faccia in giù accanto alla prua del peschereccio. Ho spostato lo sguardo e ne ho visti altri due. Là fuori ce ne sono almeno venti. Alcuni sono senza maglietta, altri no, sembra che stiano dormendo.

Ma non è così e Rocco lo sa bene: nella stiva è pieno di cadaveri senza nome, disperati alla ricerca di una speranza e morti come topi in gabbia. Il relitto è tutto bianco e se ne sta appoggiato sulla fiancata di dritta.

– E’ affondato in assetto di navigazione, non si è ribaltato. E’ probabile che quando hanno visto le fiamme quei poveracci si sono spostati tutti da un lato e la barca ha iniziato a imbarcare acqua. E’ andata giù in pochi istanti.

Ma nonostante stesse per affondare, quel pezzo di legno marcio era per alcuni di loro pur sempre l’unica speranza di salvezza.

– Molti non sapevano nuotare. Ne ho visti due attaccati al bordo della barca, sono morti così.

E sono i fortunati. Rocco misura le parole, ma non ce ne sono di utili per addolcire la strage.

– Si vedono corpi tutti incastrati, uno sull’altro. Sembrano dei massi, ce ne sono sulla coperta e all’ingresso della stiva. E’ come assistere ad scena di un film dell’orrore.

Immagini che anche gli altri sub si portano appresso.

– Sono stipati uno sull’altro – racconta un vigile del fuoco che si è immerso prima che sospendessero le ricerche – stanno tutti ammassati verso l’uscita.

Simone D’Ippolito, un altro sommozzatore di Lampedusa, la racconta così:

– Una scena agghiacciante, difficile da spiegare. E’ pieno di cadaveri, ce ne sono almeno un centinaio. Molte sono donne.

Sul relitto non ci sono tracce d’incendio: le macchie scure che si vedono nelle riprese subacquee sono corpi di migranti.

– Il peschereccio è intatto – è il ricordo di Rocco – non ha preso fuoco. Hanno recuperato decine di coperte imbevute di benzina, o olio, ma il barcone non è bruciato.

Se non si fossero spostati per la paura, quindi, il peschereccio non sarebbe affondato?

– Nessuno lo saprà mai. Quel che sappiamo tutti è che è andato giù con centinaia di uomini e donne.

Stipati come sardine in scatola, come oggetti in un armadio dimenticato. Nella vita e nella morte.

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