Letta pensa al governo: “Ora privatizzazioni e crescita”

SIENA – Un “grande” piano di privatizzazioni e misure per la crescita e l’occupazione, grazie alle quali l’Italia possa finalmente agganciare la ripresa. Enrico Letta guarda avanti e pensa a quei provvedimenti economici che facciamo finalmente tornare il segno ‘più’ davanti al Pil.

Sul voto della giunta per la decadenza del senatore Silvio Berlusconi, com’era prevedibile, nemmeno un cenno. Il premier riteneva che la vicenda non lo riguardasse prima, figurarsi ora che lo stesso Cavaliere ha votato la fiducia su un discorso in cui la separazione fra la sua vicenda giudiziaria e la vita del governo era netto. Non che il premier ignori i possibili contraccolpi che l’uscita dal Senato di Berlusconi potrebbero avere nella complessa partita che si sta consumando all’interno del Pdl. Ma lascia che sia Angelino Alfano a gestire la questione.

Letta tifa convintamente per il suo vicepremier. Su questo ha una visione leggermente diversa da quella di Dario Franceschini, che auspica una frattura fra falchi e colombe nel Pdl. Lui no. Ha una visione più pragmatica e soprattutto più attenta alle ripercussioni che potrebbero aversi sul governo. Ritiene infatti che con l’uscita di un gruppo – numericamente più piccolo – di filo-governativi, l’Esecutivo sarebbe più debole. L’asse della maggioranza si sposterebbe sul Pd, con conseguente indebolimento di Alfano. Il quale, a quel punto, per giunta senza il ‘brand’ del Pdl cercherebbe di recuperare terreno alzando la posta. Con il rischio di tornare a quei veti incrociati che hanno caratterizzato i primi mesi del governo. Proprio ciò che Letta non può permettersi.

Se al contrario il vicepremier riuscisse davvero a conquistare il Pdl, isolando i falchi e magari ‘deberlusconizzando’ il partito, l’equilibrio nelle larghe intese sarebbe garantito e con esso quelle riforme istituzionali che richiedono maggioranze qualificate. Di tutto questo, però, Letta non dice una parola. Davanti alla platea di ‘Pontignano XXI’, il convegno organizzato dal British Council, di cui lo stesso Letta ha deciso di mantenere la co-presidenza insieme a Lord Patten, al centro del suo intervento mette l’Europa e l’economia.

Sul primo punto, la sua visione è chiara: l’Unione deve cambiare strada, essere “più vicina” ai cittadini e cambiare linguaggio. Altrimenti, alle prossime elezioni, ci sarà l’Europarlamento più euroscettico della storia. Qualcosa che l’Italia, che a giugno assumerà la guida del semestre Ue, non può permettersi. Ma per evitarlo servono risposte ai problemi concreti dei cittadini. Anche per questo chiede con forza che l’Europa “alzi il livello e l’efficacia” dei suoi interventi in modo da evitare il ripetersi di tragedie come quella di Lampedusa.

All’ambasciatore inglese – presente in sala insieme a Giuliano Amato, Ignazio Visco e i ministri Giovannini e Carrozza – ricorda che un’Europa senza Londra sarebbe “peggiore”: il Vecchio Continente ha infatti davanti a sè le sfide della competitività con le potenze economiche emergenti.

Sul fronte economico il presidente del Consiglio si dice fiducioso che i dati su crescita e occupazione migliorino nel 2014. La strada che intende seguire è tracciata: con ‘Destinazione Italia’ si varerà un piano per attrarre gli investimenti stranieri, attraverso una riduzione della burocrazia, la riforma della giustizia civile e del diritto del lavoro. Ma soprattutto, spiega Letta in inglese, si farà un “grande piano di privatizzazioni”, con il quale si finanzieranno parte dei provvedimenti previsti nella legge di stabilità, che saranno tesi al rilancio dell’occupazione e dello sviluppo.

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