Privacy: per gli italiani é inviolabile: del web non ci si fida

Pubblicato il 07 ottobre 2013 da redazione

ROMA – Quasi tutti gli italiani (il 96,2%) considerano inviolabile il diritto alla riservatezza dei propri dati personali e la diffidenza nei confronti di Internet resta alta: più di otto italiani su dieci sono convinti che sulla rete sia meglio non lasciare tracce (l’83,6%). È quanto emerge da una ricerca del Censis, che evidenzia l’ingresso nell’ ”era biomediatica”, in cui si è diffusa la pratica della condivisione delle biografie personali attraverso i social network.

Dalla ricerca, presentata da Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, e discussa da Luca De Biase, editor d’innovazione de Il Sole 24 Ore, Giuseppe De Rita, presidente del Censis, e Antonello Soro, presidente dell’Autorità Garante per la privacy, emerge anche che l’82,4% degli italiani pensa che fornire i propri dati personali sul web sia pericoloso perché espone al rischio di truffe, l’83,3% teme che molti siti web estorcano i dati personali all’insaputa degli utenti, il 76,8% pensa che usare la carta di credito per effettuare acquisti online sia rischioso. L’88,4% degli italiani è consapevole che i grandi operatori del web, come Google e Facebook, possiedono gigantesche banche dati sugli utenti. La maggioranza pensa che i dati personali siano un patrimonio che può essere sfruttato a scopi commerciali (72,3%) o politici (60,5%). Il 60,7% ritiene quindi che il possesso di un gran numero di dati rappresenti un enorme valore economico. E il 51,6% è convinto che in futuro il potere sarà nelle mani di chi deterrà il maggior numero di dati personali.

Tra gli utenti di Internet, il 93% teme che la propria privacy possa essere violata online e il 32% lamenta di avere effettivamente subito danni, ma nella maggior parte dei casi si tratta della ricezione di materiale pubblicitario indesiderato. La legislazione vigente in materia di privacy è ritenuta soddisfacente soltanto dal 7,5% degli italiani connessi in rete, mentre è pari al 54% la quota di chi giudica necessaria una normativa più severa. Ma il 24,5% è scettico, perché pensa che oggi sia sempre più difficile garantire la privacy.

– Come successo per la difesa dell’ambiente, occorre far crescere una cultura della difesa dei dati personali contro la minaccia cibernetica – ha commentato Soro -. La bulimia di trasparenza, che per certi aspetti è considerata un elemento virtuoso, è d’altra parte un processo da cui occorre rientrare. Occorre un concorso dei singoli individui e delle istituzioni e non sarà facile trovare le tecniche più adatte.

– Il processo di digitalizzazione è più lento di quanto si pensi – ha aggiunto De Rita -. Ci sono sacche di resistenza, perché la società ha bisogno di tempo per assestarsi, di riflettere e metabolizzare. Si rifiuta il Grande Fratello per paura di una dimensione non controllabile. Il futuro sarà nel controllo dei sottoinsiemi, non dei singoli individui. Siamo di fronte a un processo regolabile non con la legge generale, ma con la regolamentazione dei livelli intermedi”.

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