Naufragio: le vittime salgono a 289

LAMPEDUSA (AGRIGENTO) – Mentre a Bruxelles si discute di come affrontare il problema, a Lampedusa si continua a contare i morti, per il sesto giorno consecutivo: il mare ha restituito 58 cadaveri, tra cui quelli di tre bambini e di 17 donne, che vanno a sommarsi a quelli che già si trovano nell’hangar all’aeroporto e che fanno salire il bilancio di questa strage a 289 vittime. Un cadavere è stato recuperato dalle motovedette a 12 miglia da Lampedusa, dopo essere stato segnalato da un peschereccio tunisino alle autorità italiane.

Numeri impressionanti e purtroppo ancora provvisori, tenendo conto che dentro il peschereccio affondato davanti a Cala Croce ci sarebbero, secondo il racconto dei migranti, ancora 74 corpi. Ma potrebbero essere anche di più visto che un testimone ha raccontato ai magistrati che nella barca c’erano 545 persone e non 518 come detto da altri.

Quel che è certo è che così tanti morti non li hanno mai visti né in quest’isola né in qualsiasi altra approdo delle carrette del mare in tutto il Mediterraneo. Carrette che non si fermano: perché se è vero che dal giorno del naufragio a Lampedusa non sono arrivati più barconi, non è così in Sicilia, dove nella notte due mercantili hanno salvato altri 400 migranti e li hanno portati a Catania e Pozzallo.

Ma Lampedusa oggi ha dovuto affrontare un altro problema: la protesta dei migranti rinchiusi nel Centro di accoglienza, esplosa dopo due notti di pioggia che hanno trasformato i loro giacigli all’aperto in un blob puzzolente e fradicio. I migranti hanno gettato all’esterno della struttura i materassi e hanno tentato di bloccare i pullman con chi stava partendo per essere trasferito nei centri sulla terraferma. La tensione è rimasta alta per buona parte della mattina, ma fortunatamente non è esplosa in rivolta. Che però non è affatto scongiurata, visto che le condizioni di vita all’interno del Centro – dove ci sono oltre 800 persone a fronte di poco meno di 300 posti – restano indegne di un paese civile, nonostante lo sforzo dei volontari e la pulizia straordinaria degli ultimi giorni. Condizioni denunciate ancora una volta dall’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu che ha chiesto “misure urgenti” per una struttura che versa in un “degrado inaccettabile”.

“Letta, Barroso e tutti i rappresentanti delle istituzioni che domani saranno a Lampedusa – è l’invito di Save The Children – vadano a vedere come sono costretti a vivere i migranti e, soprattutto, i minori, che sono i più deboli”. Ed invece, a meno di cambiamenti di programma dell’ultima ora, le istituzioni non ci andranno: Palazzo Chigi, fanno sapere a Lampedusa, ritiene troppo a rischio la visita per la sicurezza e, dunque, Letta e Barroso incontreranno una delegazione di migranti nella base dell’Aeronautica Militare.

Una decisione che scatenerà polemiche e che non piace affatto ai lampedusani, visto che era stato lo stesso Barroso, due giorni fa, a dire di “voler vedere con i miei occhi” come si vive in quel Centro. Anche per questo, quando Letta e Barroso si presenteranno sul molo Favarolo – quello dove da una settimana vengono scaricati morti – i pescherecci dell’isola li accoglieranno con il suono delle sirene.

– Un modo – dice il presidente del consorzio Totò Martello – per far sentire la nostra protesta sul disagio e sulle difficoltà dei pescatori e della comunità di Lampedusa.

Naufragio:fermato scafista, Dda indaga per tratta

Il ‘capitano’ di un equipaggio ridotto al minimo: lui e un suo connazionale, giovanissimo, al massimo ventenne, forse anche minorenne, che non è tra i sopravvissuti. Arriva dopo giorni di indagini e verifiche il fermo del presunto ‘scafista’ della nave che ha fatto naufragio a largo di Lampedusa, il 3 ottobre scorso, provocando centinaia di morti. Al tunisino Khaled Bensalam, 35 anni, il provvedimento della Procura di Agrigento è stato notificato dalla polizia.

E’ lui, per l’accusa, il ‘withe man’, uno dei due uomini bianchi “dal colore del volto diverso da quello tipico degli eritrei”, che comandava la nave partita 24 ore prima dalla Libia. Ma potrebbe essere l’ingranaggio di un sistema più complesso, tanto che la Dda di Palermo ha aperto un’inchiesta per tratta di esseri umani.

Intanto la Procura di Agrigento gli contesta, oltre a un doppio favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, perché già sbarcato l’11 aprile scorso a Lampedusa come componente di un equipaggio e respinto, anche il naufragio e l’omicidio volontario plurimo. Non l’incendio che ha causato lo spostamento dei migranti e l’affondamento della nave, nonostante alcuni dei sopravvissuti, testimoni nell’inchiesta, cinque somali e un eritreo, non escludono sia coinvolto. Le fiamme erano state accese per fare notare la presenza della “carretta” alle autorità italiane per far scattare i soccorsi.

Un testimone racconta di “avere visto il capitano versare benzina o gasolio su una coperta”, ma “non può dire che sia stato lui ad accendere” il fuoco. ‘Withe man’ era certamente a terra in Libia sulla spiaggia mentre raggiungevano le barche, ricorda Tesfahiwet, 32enne eritreo, che ha perso la zia. Dall’inchiesta dei pm Di Natale e Fonzo emerge l’esistenza di un centro di raccolta a Tripoli, coordinata da tale Ermyas, che nel racconto di alcuni diventa invece una località, che incassati i soldi concedeva il lasciapassare per il viaggio. In Libia i migranti, che hanno pagato tra 1.000 e i 2.000 dollari a persona, sono stati ospitati, per settimane, in un grande capannone e poi condotti, su cassoni di camion chiusi, in un porto. Infine condotti con piccole barche al largo sulla nave. Sull’imbarcazione, dice un etiope 30enne, “eravamo 545 persone, di cui circa 20 bambini di un’età compresa da pochi mesi fino a 8 anni”. Ç

Per la Procura c’era un giro d’affari stimato tra i 500 mila e un milione di dollari a tratta. Dopo 24 ore di navigazione stipati come sardine su tre livelli, ecco Lampedusa. La nave si è fermata per due ore. Alay, 35 anni, che nel naufragio ha perso la sorella, un cugino e tre compaesani, aveva visto il sogno realizzarsi:

“Lampedusa era illuminata” era certo che “dall’Italia venissero a prenderci”. Anche Petros, 24 anni, partito con amici scomparsi,, aveva creduto di avercela fatta quando ha visto “due imbarcazioni che hanno fatto il giro della nave” prima dell’incendio che ha provocato la tragedia.

– I marinai di Lampedusa sanno che ci sono norme che impongono il soccorso di chi è in pericolo in mare – ribadisce il procuratore Di Natale – quindi nessuno mai sarà indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. A meno che non si accerti che raccolgono i clandestini di una nave madre.

Il procuratore aggiunto Fonzo torna sulle polemiche sul fascicolo aperto sui sopravvissuti per immigrazione clandestina:

– Dal 2009 abbiamo dovuto indagare oltre 13 mila persone, per le quali abbiamo sempre chiesto l’archiviazione –  rivela il pm, sottolineando di “avere solo applicato una legge che abbiamo sindacato nella sede competente”.

– Ma la Corte costituzionale – chiosa il magistrato – ci ha detto che è compatibile con l’ordinamento: scandalizzarsi oggi perché noi indaghiamo i migranti e’ inqualificabile

Condividi: