Letta chiude “caso Fassina”, ora avanti

ROMA. – Incontro chiarificatore fra Enrico Letta e Stefano Fassina, che aveva minacciato le dimissioni per metodo e contenuti della legge di stabilità. Ma “ora avanti pancia a terra”, afferma il premier facendo capire come, nonostante l’apertura a modifiche in Parlamento, il governo non si lascerà troppo influenzare dalle critiche. ”Si potrà migliorare, ma i saldi dovranno restare invariati”, spiega il ministro Dario Franceschini che ricorda i “molti interventi nel settore del sociale”. Mentre l’ala dura del Pdl continua ad attaccare la manovra, definendola una “stangata” sui cittadini. Dopo la difesa di ieri, Letta lavora di diplomazia. A sorpresa – l’incontro era atteso per lunedì – il presidente del Consiglio – dopo qualche ora in famiglia – vede il viceministro dell’Economia. “L’incontro è stato positivo”, fanno trapelare fonti di palazzo Chigi, che spiegano come durante il colloquio si sia “esaminato il complesso della situazione e valutato come gestire, sia il passaggio della legge di stabilità, che il vice ministro seguirà in Parlamento, sia il confronto con le parti sociali per migliorarla”. Parole che implicitamente fanno capire come le dimissioni siano state tolte dal tavolo. Anche se il viceministro, interpellato, si rifiuta di parlare dell’incontro. Durante il confronto, Letta, da un lato, difende l’impianto della legge, ricordando che ci sono al suo interno diversi strumenti per la “redistribuzione” della ricchezza; dall’altro, rassicura sul fatto che la manovra ha margini di flessibilità che consentiranno cambiamenti in Aula. Il premier apre anche sull’altro tema posto dal collega di partito, quello del suo scarso coinvolgimento nella stesura del testo, promettendo un lavoro più “collegiale” e il rispetto delle deleghe, in particolare nell’iter parlamentare. Archiviato il ‘caso’, però, restano le critiche del mondo imprenditoriale e sindacale. Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, torna a picchiare sull’esecutivo: “Le risorse si potevano trovare”, ma “non c’è nessuna mossa in questa direzione” e il Paese rischia di precipitare nel “baratro”. Intanto da Bruxelles, la Commissione europea fa sapere di aver iniziato l’esame del testo il cui articolato completo è in arrivo dal Tesoro. Nel frattempo, in difesa della legge di stabilità scendono in campo i ministri: quello dei Beni Culturali, Massimo Bray, si dice ad esempio sicuro che le risorse per il Fus potranno essere rimpinguate. Rispedisce al mittente i giudizi negativi, invece, Flavio Zanonato: ”Sento critiche da tutte le parti, ma nessuna proposta” e soprattutto nessuno che “entri nel merito”, contrattacca il ministro dello Sviluppo Economico. Più diplomatico il collega Andrea Orlando: “Abbiamo dei margini di manovra: utilizziamoli nella conversione parlamentare”. In che modo lo spiega Pier Paolo Baretta. “La triennalità della manovra – spiega il sottosegretario all’Economia – ci consente di avere ulteriori risorse, anche per quanto riguarda il cuneo fiscale, a condizione che la razionalizzazione della spesa sia efficace”. Per il governo dunque sarà decisivo il contributo dei partiti in Aula. Ma è un ottimismo che Emma Bonino non condivide. “Credo non si potesse fare molto altro nonostante tutti chiedessero miracoli”, spiega la titolare degli Esteri, che scoraggiata aggiunge: più che di larghe intese si dovrebbe parlare di “larghi dissensi” e governare il Paese così è “mission impossible”. Le voci critiche, infatti, non si placano. I ‘falchi’ del Pdl Sandro Bondi e Daniele Capezzone in testa parlano di “salasso” e di provvedimento “deludente”. Dall’opposizione, Nichi Vendola (Sel) non cambia giudizio e accusa il testo di “iniquità”. In difesa della manovra si schiera però il presidente della Camera, Laura Boldrini: “Si può sempre fare meglio”, ma “non si possono fare miracoli”.

(Federico Garimberti/ANSA)