Quando 30 anni fa l’America scoprì Armani

NEW YORK. – Ben 152 uscite in passerella, 87 modelle, 45 minuti di sfilata, un parterre di divi ad applaudire: New York ha ammirato l’alta moda di Giorgio Armani. E lui, uscito in scena nel finale, si è commosso, anche se poi ha dato la colpa alla musica di Mahler. Invece la colpa, o il merito, era della standing ovation: si erano alzati tutti in piedi i 700 ospiti a battere le mani e fare il tifo per lui, per l’italiano che era stato scoperto dall’America più di 30 anni fa. Nel 1982 infatti il Time aveva messo Armani in copertina con il titolo “Giorgio’s Gorgeus Style”: ma il magnifico stile di Giorgio all’epoca non era ancora famoso e la scelta quasi ardita (l’ultima copertina della rivista dedicata a un personaggio della moda risaliva a 25 anni prima, con Dior) aveva sancito l’inizio di un rapporto speciale tra l’America e Armani. Lo stilista ieri l’ha ricordato ma si è anche schermito: “Certo quella copertina – ha spiegato – mi fece piacere ma ne fui anche sconcertato, era un po’ prematura. Ad essere onesti l’avrei meritata un paio di anni dopo”. Insomma fu l’America a scoprire per prima Armani e il sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha rinnovato la stima per lo stilista proclamando Armani Day l’intera giornata, culminata con l’evento multiplo nel Super Pier galleggiante sul fiume Hudson: inaugurazione della mostra Eccentrico, rassegna delle collezioni Armani Privè partendo dalla prima del 2005, party con Dj set. Mentre agli ospiti dopo la sfilata veniva servito risotto ai tartufi, Armani nel back stage raccontava il suo rapporto con New York: “Questa città significa per me la prima importante apparizione sul mercato internazionale della moda, il mio primo spazio da Bergdorf: ricordo che tutte le vetrine erano dedicate a Krizia e io invece ero solo all’interno, pochi metri quadrati, ma evidentemente c’era nella mia moda qualcosa che intrigava. Era sofisticata quando in giro c’era un guazzabuglio alla Carnaby Street e da queste parti si vedeva il genere country: ma il mio stile rigoroso fu accettato dal pubblico femminile che evidentemente ne sentiva la necessità”. A New York Armani è di casa, ma grandi eventi non ne faceva da molto tempo: “Tornare qui a New York libero ormai di spendere tanti soldi per un evento, significa far vedere la mia moda senza alcun condizionamento, riproponendo al pubblico americano le collezioni Privè con un sapore rinnovato perché io sono totalmente perfezionista e devo fare tutto in modo elegante, per donne eleganti che non possono seguire la moda supinamente ma con personalità”. Come la settantenne Lauren Hutton, che è tra gli ospiti della sfilata e che fu una icona armaniana in American Gigolo: “Lauren, sì una tipica donna Armani, anche un po’ pazza. Conserva e mette i miei vestiti di 30 anni fa, perché la moda è anche questo: il collezionista di orologi non li compra certo per sapere l’ora, così è per i vestiti”. Ma c’è qualcosa che le donne americane possono insegnarci in fatto di eleganza? “Sì, una certa scioltezza. Le italiane hanno spesso un tocco un po’ manierato, le americane eleganti e perfino famose riescono a far dimenticare chi sono. Ricordo una sera che andai a cena da Julia Roberts e mi aprì la porta con aria rilassata e un vestitino da poco, non l’avevo nemmeno riconosciuta”. Un’altra donna elegante è Sofia Coppola, regista “moderna ironica e crudele” che Armani vedrebbe bene impegnata in un film sulla moda (magari sulla moda Armani?). Insomma l’America, con i suoi tanti problemi e la capacità di risollevarsi sempre (“ma anche noi italiani lo facciamo, magari in modo meno plateale ma sappiamo rimboccarci le maniche”) e New York soprattutto, sono nel cuore di Armani: “Questa è una città che ti dà tutto, nel bene e nel male. Ovunque si vada ormai, anche in Asia, ci sono altissimi grattacieli ma quando li vedi ti viene nostalgia di New York, perché i grattacieli sono New York, il resto è imitazione”.