Renzi sfida Pd, basta larghe intese. Sinistra da cambiare

Pubblicato il 27 ottobre 2013 da redazione

FIRENZE. – A chi lo ha accusato di non aver portato alla Leopolda le bandiere del Pd replica tranchant che quel conta più dei simboli sono “le croci sulle schede”, i voti. E’ un Matteo Renzi all’attacco (più verso una certa parte del Pd piuttosto che del governo) quello che parla, per quasi un’ora, al termine della tre giorni della Leopolda. “Ha fatto il rottamatore…”, commenta soddisfatto qualcuno dei suoi sotto il palco. Galvanizzato dal suo popolo, una folla di migliaia di persone arrivata a Firenze per ascoltarlo, manda in onda l’orgoglio del popolo renziano. E allora in primis ribatte a chi, specie nel suo partito, in questi giorni ha accusato la convention di essere fatta troppo di effetti speciali e poco di contenuti. “Noi incolti, barbari, semplici? Qui serve una rivoluzione della semplicità”, scandisce tra gli applausi. “La vera strada – attacca – è la semplicità: parlare chiaro a tutti, non avere la puzza sotto il naso, parlare di politica in maniera semplice”. E ancora, Renzi ‘piccato’ dagli attacchi nei suoi confronti spiega che non ci sono guru alle sue spalle. “Non credono che io sia in grado di avere un pensiero solo, allora c’ho il guru…”. Questo invece “è un gruppo di persone, capisco ci rimaniate male, che non ha un guru, ma è un gruppo di persone e idee che si confrontano”. Renzi è un fiume in piena, chiede riforme e una legge elettorale che non lascino più spazio alle larghe intese e agli inciuci. Ma non si tratta di un attacco al governo Letta che, in effetti, non viene quasi mai citato nel suo intervento. E, anzi, al quale viene lanciato qualche messaggio letto dall’ala governativa in chiave rassicurante. Uno fra tutti l’appuntamento – già considerato dai governativi quasi un “patto” – dato ai supporter della Leopolda al prossimo anno per fare il punto sullo stato dell’arte di almeno quattro riforme considerate essenziali: quella del bicameralismo, quella della giustizia, quella del Titolo V e quella del sistema di voto. Un punto sul quale Renzi rilancia: “tra Porcellum e Porcellinum – dice – io so che quello dei sindaci è un modello che funziona”. Perché ha tre caratteristiche per il sindaco fondamentali: dà certezza (e dunque responsabilizza) chi governa, gli dà la forza di farlo oltre che la garanzia di una durata per fare le cose. Niente riferimenti a Berlusconi (“qui si parla di futuro”) e spazio per temi come la scuola o l’Europa e, in primo piano, anche per l’economia e il lavoro. E qui sono altre stoccate. Con il sindaco che punta a ribaltare un certo concetto di sinistra. “La sinistra che non cambia – va all’attacco – si chiama destra”. E ancora. “Essere di sinistra non è parlare di lavoro ma è creare un posto di lavoro in più. Credo che sia qualcosa di sinistra se c’è un posto di lavoro in più e non uno in meno”. E allora, “chi fa l’imprenditore fa l’eroe perché crea posti di lavoro”. C’è spazio, infine, per parlare del Pd al quale pensa il sindaco. Che passerà, gioco forza, anche da un ricambio generazionale. E – classico refrain renziano – nel quale non ci sarà spazio per correnti (pure i renziani – assicura – saranno rottamati). L’ultima stoccata riguarda, infine, una delle critiche più frequenti dei suoi avversari, quella di voler fare l’uomo solo al comando. “La speranza – dice chiaro e tondo Renzi – non va riposta in una persona sola ma leadership non è una parolaccia, ditelo a certa sinistra, è sapere che non sei indispensabile ma che personalmente ci vuoi provare”.

(dell’inviata Alessandra Chini/ANSA)

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