Occidente-Iran più vicini dopo 30 anni di ostilità

TEHERAN. – Le prove d’intesa in corso a Ginevra tra Iran e le potenze del 5+1 segnano, dopo oltre tre decenni di ostilità, il provvisorio culmine di un ravvicinamento fra l’Occidente la Repubblica islamica iraniana nata nel 1979 cacciando lo scià e contrapponendosi subito al ”Grande Satana”, gli Stati Uniti. Fino al settembre scorso, per lo più dietro le quinte, è noto che gli ammiccamenti fra Usa e Iran – precondizione dell’intesa con il resto dell’Occidente – sono in corso dal 2009 e soprattutto dal 2012 grazie alle aperture e alle lettere del presidente americano Barack Obama. Con la storica telefonata al nuovo presidente Hassan Rohani di fine settembre, avallata dalla Guida suprema Ali Khamenei, Obama ha ufficialmente tolto Teheran dall”’asse del Male” in cui l’aveva inchiodata il suo predecessore George W.Bush”, riprendendo la teoria degli ”Stati canaglia” e terroristi elaborata dall’amministrazione Clinton. Del resto, la rivoluzione guidata dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, che nel febbraio di 34 anni fa aveva costretto lo scià Reza Pahlavi ad andare a morire in esilio in Egitto, aveva avuto un momento fondante tutto anti-americano: il 4 novembre 1979, con la presa dell’ambasciata statunitense a Teheran da parte di una torma di studenti. La crisi dei 52 ostaggi americani, che furono liberati solo 444 giorni dopo, nel gennaio 1981, provocò la rottura delle relazioni diplomatiche tra Iran e Stati Uniti e l’inizio dell’ostilità che ancora adesso fa dichiarare alle forze armate iraniane e ad esponenti del clero conservatore che l’America resta ”il Grande Satana” e gli Usa ”il nemico”. Una prima pulsione anti-occidentale risale peraltro al biennio (1951/’53) del premier Mohammad Mossadeq e della sua sfortunata nazionalizzazione petrolifera a danno della Gran Bretagna, che rispose imponendo con un embargo e ottenendo la sua destituzione: un episodio che, con orgoglio, fa dire agli iraniani di essere abituati a resistere alle sanzioni da 60 anni e non solo dai 30 di quelle americane e dai 6 delle europee in chiave anti-nucleare. Si tratta di una serie di embargo che negli ultimi due anni hanno ridotto del 60% i proventi petroliferi, linfa vitale che assicura metà delle entrate pubbliche, e – forse soprattutto – hanno isolato il paese dalla rete bancaria occidentale costringendolo a costose e difficili triangolazioni. A parte le misure americane pro-scià del 1979 e il primo ciclo dell”’Iran-Lybia Act” del 1996, il programma nucleare civile di Teheran sospettato di finalità militari ha innescato soprattutto le quattro serie di sanzioni decretate dall’Onu tra il dicembre del 2006 e il giugno del 2010 e quelle europee iniziate nel 2007 e culminate l’anno scorso, in marzo, nell’esclusione dell’Iran dal sistema interbancario Swift e, in luglio, nel blocco petrolifero. Gli otto anni del presidente Mahmud Ahmadinejad avevano in effetti segnato una chiusura rispetto ai tentativi di distensione avuti sotto i suoi predecessori tra il 1993 ed il 2005: il pragmatico Hashemi Rafsanjani ed il riformista Mohammad Khatami, frenato dei conservatori. Era stato infatti Ahmadinejad a rilanciare il programma atomico dopo i fallimenti dei negoziati a guida europea del 2003-2005 e ad imprimergli un’accelerazione dopo le intese sfiorate con la svolta del 2009 e la mediazione turco-brasiliana del 2010. Il ciclo di negoziati con le potenze del 5+1 culminato oggi a Ginevra era iniziato a Istanbul nell’aprile dell’anno scorso ma era rimasto finora senza risultati notevoli. Oggi, invece, si rafforzano le speranze per un vero disgelo tra Iran e Occidente.

(Rodolfo Calò/ANSA)

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