Enrico Letta vince il primo round contro Matteo Renzi

ROMA. – Enrico Letta vince il primo round contro Matteo Renzi e costringe il sindaco rottamatore ad allinearsi alla fiducia nei confronti della Guardasigilli. Ma in prospettiva? La sovrapposizione dei due piani politici, quello del governo del Presidente e quello dei comportamenti della Cancellieri, ha seminato il malumore nel Pd che si è sentito commissariato dal Quirinale: tanto da indurre il segretario Epifani a dire che adesso l’esecutivo è più debole e serve ”uno scatto”. Tesi non lontana da quella di Renzi secondo il quale tutto il quadro politico si sarebbe indebolito non imponendo un passo indietro al ministro della Giustizia. In realtà non è proprio così. Ci sono problemi più gravi che bussano alla porta e una crisi in questo momento avrebbe messo piombo nelle ali del nostro Paese. Il premier è stato lesto a dimostrarlo nel corso del vertice con il presidente francese Hollande, a poche ore dalla rinnovata fiducia votata dalla Camera alla Cancellieri. Quando dice che la prossima legislatura europea dovrà essere dominata dalla crescita contro l’austerità, sotto il controllo di un rafforzato asse tra Roma e Parigi, Letta lascia capire implicitamente che nelle tensioni delle ultime ore ha giocato un ruolo determinante la ragion di Stato. E che è compito della politica farla valere. Si tratta infatti di tentare l’affondo decisivo, nell’imminente Consiglio europeo di dicembre, contro le timidezze tedesche sull’unione bancaria (su cui c’è un impegno preciso preso nel precedente vertice) e sull’allentamento dei vincoli di stabilità. Che la situazione sia particolarmente grave lo si capisce anche dalle indiscrezioni sulla discesa dei tassi in territorio negativo che la Bce starebbe studiando per sostenere l’economia di Eurolandia. Mossa choc mai compiuta prima d’ora e che in sostanza porta allo scoperto le tensioni con Berlino che non intende rinunciare al traino finora garantito alla Germania dalle esportazioni facili. Su quale immagine avrebbe potuto contare il nostro Paese se si fosse infilato nell’ennesima crisi ministeriale in un momento così delicato? A Bruxelles già pesa la sconcertante frammentazione partitica (si sono spaccati sia il Pdl che Scelta civica): un premier alle prese con un rimpasto foriero di altre lotte intestine sarebbe stato tagliato fuori dai tavoli che contano. Non che il rischio sia scongiurato. E’ chiaro infatti che la scissione del centrodestra è stato solo l’antipasto di un riassetto molto più generale del quadro politico. Il Pd soffre le larghe intese anche senza Berlusconi. Per di più Forza Italia, in attesa del voto di decadenza del Cavaliere, non scioglie la riserva sulla propria collocazione: pretende di incarnare il ruolo della ”voce critica” senza per ora lasciare la maggioranza (Sisto). Ma il malumore serpeggia sempre più forte soprattutto tra i democratici. L’assalto ad una sede romana del Pd da parte dei no-Tav ha dato l’impressione ai democratici che il partito sia ormai considerato dall’estrema sinistra e dagli antagonisti come il vero baluardo della conservazione. E’ l’immagine che Renzi vuole scrollarsi di dosso, ben sapendo che non sarà un’ operazione indolore: una fetta del partito non è affatto d’accordo con lui. Massimo D’Alema ripete che il vero obiettivo del sindaco di Firenze è quello di usare la segreteria come trampolino per palazzo Chigi: tutta la sua campagna, commenta l’ex premier, si è svolta come se le elezioni dovessero essere imminenti, dunque indirettamente contro la strategia di Letta e Napolitano che puntano a stabilizzare il semestre italiano di presidenza della Ue. Si tratta di un punto dirimente: coloro che sostengono Gianni Cuperlo (Bersani, D’Alema, Epifani) pensano che invece ci si debba concentrare nel rilancio del partito e non in una campagna elettorale permanente. Si vedrà ben presto chi ha ragione. Se Renzi non sfonderà alle primarie (e molto dipenderà dall’affluenza ai gazebo), non potrà ignorare le ragioni di una cospicua minoranza, nè fare opposizione parlamentare ad un governo che può contare su buoni numeri anche al Senato. Infatti Beppe Grillo ha fatto sapere che dal suo movimento potrebbero fuoriuscire altri senatori per appoggiare l’esecutivo: proprio come aveva preannunciato sabato scorso Berlusconi.

di Pierfrancesco Frerè

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