Fine di un mito: venduta la redazione del Watergate

Pubblicato il 28 novembre 2013 da redazione

Fine di un mito venduta redazione del Watergate

 

NEW YORK  – Sipario su pezzo di storia. Dopo aver venduto il giornale a Jeff Bezos di Amazon, la famiglia Graham si è liberata anche dell’iconico quartier generale del Washington Post. Graham Holdings ha raggiunto un accordo per la vendita della redazione a quattro isolati dalla Casa Bianca dove fu scritta la saga del Watergate. L’acquirente è Carr Properties, un gruppo immobiliare che ha offerto 159 milioni di dollari e ne vuole ricavare uffici, appartamenti e forse anche un albergo.

Il Washington Post, che occupava la sede dal 1950, continuerà ad affittarla fino a che non ne verrà individuata un’altra al termine di una ricerca avviata ancor prima che Bezos comprasse il quotidiano. Graham Holdings è il nome assunto dalla società di Donald Graham, l’erede della famiglia per decenni proprietaria del giornale, dopo la vendita della testata al boss di Amazon.

Altri giornali celebri hanno venduto la propria sede a cominciare dal New York Times quando ha lasciato il vecchio quartier generale per trasferirsi nel grattacielo di Midtown disegnato da Renzo Piano. Ma per il Washington Post il palazzo all’angolo tra “L” e la 15esima è stato sempre qualcosa di più che un palazzo grazie agli scoop dei suoi giovani reporter Bob Woodward e Carl Bernstein, che a metà anni Settanta hanno portato alla caduta di Richard Nixon: un pezzo di storia americana replicata meticolosamente negli studi Warner a Los Angeles dal regista Alan Pakula per il film del 1975 “Tutti gli uomini del presidente”.

“Duecento scrivanie da 500 dollari l’una furono acquistate dalla stessa ditta che li aveva forniti al Post quattro anni fa”, si legge in un ritaglio di giornale: “Per colorarle della stessa tonalità, ’61/2 PA Blue’ o ’22 PE Green’ le vernici furono mescolate su ordinazione”. Ancor più del libro dallo stesso titolo, fu il film di Pakula a trasformare la newsroom del Post in un informale monumento nazionale. Il palazzo del Post non è una gemma architettonica come la Tribune Tower di Chicago o la sede in stile moresco dell’Herald-Examiner di Los Angeles e il vecchio palazzo dell’Inquirer a Filadelfia.

L’interesse nella sede del Post è più storico che estetico, più sugli interni e sul lavoro che vi si è svolto che sugli esterni. Ed è proprio a causa della crisi di questo lavoro che, al pari del Post, tanti di questi edifici sono finiti sul mercato: il Times nel 2007, e poi tre anni fa quando ha venduto l’intero grattacielo di Piano prendendo in affitto gli spazi della redazione, l’Inquirer nel 2011, mentre l’Herald-Examiner è ancora vacante – grottesco fantasma di un tempo che fu – da quando la Hearst Corporation nel 1989 decise di chiudere. Tutte vittime del paradosso in base al quale il “mattone” offre migliori prospettive finanziarie rispetto al giornalismo.

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