Marò: Nia, possibile la pena di morte. Il Governo indiano nega

Pubblicato il 28 novembre 2013 da redazione

NEW DELHI – L’ipotesi di proporre la pena di morte nella vicenda dei marò è tornata all’improvviso ad agitare le acque italo-indiane. Un giornale di New Delhi ha pubblicato una indiscrezione secondo cui la polizia investigativa indiana (Nia) avrebbe concluso le indagini sull’uccisione di due pescatori al largo del Kerala consegnando una memoria al ministero dell’Interno che prevede, nel caso di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, l’utilizzazione di una dura legge anti-pirateria (Sua Act).

In particolare la National Investigation Agency avrebbe scelto di applicare, per giudicarli, la ‘Legge per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della Navigazione marittima e le strutture fisse sulla piattaforma continentale’, l’unica fra l’altro che l’India può far valere oltre le sue acque territoriali. L’incidente che ha coinvolto la Enrica Lexie e il team di sicurezza che era a bordo è avvenuto a 20,5 miglia nautiche dalla costa, oltre cioè le 12 miglia delle acque territoriali indiane.

La Legge, approvata nel 2002, stabilisce chiaramente nel suo articolo 3, ai comma g e i, che “chi causa la morte di qualsiasi persona sarà punito con la pena di morte.

– La nostra logica – ha detto una fonte della Nia all’Hindustan Times – è che uccidendo i pescatori i marò hanno commesso un atto che ha messo in pericolo la navigazione marittima. E siccome c’è stato omicidio, sono passibili di essere accusati in base ad una legge che prevede la pena di morte.

Dopo la sorpresa e le preoccupazioni iniziali, comunque, il panorama si è parzialmente rasserenato con le prese di posizione del governo di Delhi e poi del ministro degli Esteri italiano Emma Bonino,seguite da altre indiscrezioni da cui emerge anche l’imbarazzo del ministero dell’Interno indiano, poiché la scelta della Nia contraddice assicurazioni date dall’India all’Italia sulla non applicabilità in questo caso della pena di morte.

Consultato dall’ANSA, il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Syed Akbaruddin, ha rinviato alla dichiarazione formulata il 22 marzo al Lok Sabha (Camera bassa) dal ministro degli Esteri, Salman Khurshid, quando sembrava che l’Italia fosse incline a non rimandare in India i marò, autorizzati dalla Corte Suprema indiana per una licenza elettorale. In quella sede, a nome del suo governo, il ministro disse che “secondo una giurisprudenza indiana largamente applicata, questo caso non ricade nella categoria di quelle materie che richiedono l’applicazione della pena di morte, e cioè dei casi rari fra i più rari”. Per cui concluse Khurshid, “non bisogna avere alcuna preoccupazione a questo proposito”.

Gli ha fatto eco da parte italiana il ministro Bonino il quale, a margine di un convegno alla Camera, ha ribadito che il rischio di una condanna alla pena di morte per i due marò “è già stato smentito ed escluso”. Da parte sua l’inviato del governo Staffan De Mistura, reduce dalla sua settima missione a New Delhi, ha spiegato che “la nostra posizione è aspettare con grande attivismo e non con passività” gli sviluppi della situazione.

– Con i nostri avvocati e con i nostri contatti a 360 gradi sia a livello internazionale sia a livello nazionale indiano – ha aggiunto – stiamo preparando strategie e contromosse adeguate nel caso in cui si passi da uno scenario a un altro.

Una fonte legale italiana che segue dall’inizio la vicenda di Latorre e Girone ha inoltre commentato all’ANSA che “una volta pronto, il rapporto della Nia dovrà essere consegnato al giudice. E se anche in astratto volessimo ipotizzare che possa contenere la richiesta di pena di morte basata sul ‘Sua Act’ è assai probabile che non supererebbe il primo vaglio del magistrato incaricato di convalidare i capi d’accusa”. Proprio per questo, secondo l’indiscrezione di un altro quotidiano indiano, il ministero dell’Interno prima di convalidare un’accusa che si scontrerebbe con la posizione ufficiale di Delhi, avrebbe deciso di consultare l’ufficio dell’Attorney General (facente funzioni di Pubblico ministero), il principale consulente legale del governo.

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