L.elettorale: la Consulta accelera, ma é possibile il rinvio

Pubblicato il 03 dicembre 2013 da redazione

ROMA – Sul Porcellum la Consulta va avanti, decisa a incardinare al più presto la questione. Anche se non è escluso che prenda un po’ di tempo prima di decidere: o per lo meno, questa sembrava l’intenzione ieri in mattinata, subito dopo l’udienza pubblica, quando si era diffuso il tam tam di un rinvio al 2014. In serata, invece, filtra la notizia cheoggi, a partire dalle 9.30, la Corte comincerà ad affrontare la questione in camera di consiglio. Quindi, non si può escludere che nel giro di poche ore, forse già oggi stesso, possa arrivare un pronunciamento su un tema che comincia a pesare.

Resta però in piedi un altro scenario: se infatti uno o più giudici chiederanno un approfondimento, la Corte si aggiornerà per riaffrontare il caso alla ripresa dei lavori dopo la pausa natalizia. Prima data utile il 14 gennaio, quando è fissata una camera di consiglio per l’ammissibilità del referendum sul taglio dei tribunali. In quell’occasione, sempre se non deciderà già oggi, la Consulta potrebbe riprendere la discussione, valutando contestualmente se i quesiti posti su premio di maggioranza e liste bloccate siano ammissibili e poi il merito.

Ieri, nel corso di un’udienza durata poco meno di un’ora, il giudice relatore Giuseppe Tesauro ha illustrato la causa. Poi hanno preso la parola gli avvocati promotori del ricorso, in testa l’80enne Aldo Bozzi arrivato in qualità di cittadino-elettore fino in Cassazione e da qui alla Consulta. La Presidenza del Consiglio, citata nel procedimento di partenza, non si è costituita: un segnale non trascurabile, che indica la volontà di non voler essere controparte nella disputa.

La posizione di Bozzi e dei suoi colleghi, Claudio Tani, Felice Carlo Besostri e Giuseppe Bozzi, è netta: il Porcellum “lede il diritto di voto”, ha “irragionevolmente soppresso il diritto di scelta individuale dell’elettore”. Liste fatte dalle “curie di partito”, un premio che nelle ultime elezioni ha dato “340 seggi a chi ha preso il 29,5% e un terzo ha chi, con il 29%, ha preso solo lo 0,5% in meno” trasforma gli elettori in “mandrie da voto”. E se la Corte interviene, “nessun ritorno automatico al Mattarellum né rischio di vuoto normativo: se cade il premio, resta un proporzionale con soglia di sbarramento all’ingresso. Quanto alle liste, basta eliminare l’obbligo di fare un solo segno sulla scheda” per ripristinare di fatto un sistema di preferenze. Quindi, c’è lo spazio per “un’operazione chirurgica senza invadere il potere legislativo”. Tutto questo, se la Corte giudicherà ammissibili i quesiti.

Per ora, da quanto filtra, non tutti i giudici sono pienamente convinti su questo punto, dibattuto tra i giuristi. Alcuni rumors danno gli scettici addirittura al 40%, altri li limitano a due o tre. In ogni caso, sarebbero una minoranza: bastano 8 dei 15 giudici per decidere. Ma il tema è complesso e non è detto che se viene ammessa una delle questioni – premio o liste – lo sia anche l’altra. Ma da dove nascono le incertezze?

– Alla Corte – spiega il costituzionalista Francesco Saverio Marini – possono arrivare solo questioni poste da un giudice all’interno di un giudizio, mentre qui attorno al diritto di un elettore è sorto una specie di giudizio fittizio per arrivare in Consulta. La Corte inoltre si trova investita da scelte di natura politica a scapito della discrezionalità del legislatore. Ci sono poi gli eletti grazie al premio, per decine dei quali non si è chiusa la convalida, e che rischiano di saltare se cadesse il premio.

L’inammissibilità taglierebbe la testa al toro. Ci sono però anche le preoccupazioni del Capo dello Stato Napolitano, che auspica una riforma del sistema elettorale; il monito del premier Letta, che non esclude un intervento del governo se il Parlamento non riuscisse a trovare un’intesa. E quello del presidente del Senato Grasso, che conscio dello stallo registrato al Senato, si dice pronto a trasferire il tema alla Camera. Se la Corte rigettasse come inammissibili i quesiti, in una certa misura autorizzerebbe il Parlamento – che non ha certo brillato per operosità, su questo fronte – a rimanere immobile, coprendo gli interessi di chi, se si tornasse al voto, preferirebbe il Porcellum.

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