Enrico-Matteo: è fair play, ma è solo primo round

ROMA – L’incontro è andato “bene”, nel senso che le rassicurazioni pubbliche sono state confermate in privato. Ma non è certo stato risolutivo. A inizio gennaio, varata la legge di stabilità, Enrico Letta e Matteo Renzi torneranno a fare il punto per capire se e come individuare un percorso condiviso che porti il governo al 2015.

Il primo round si è concluso con un pari: come due pugili, premier e neosegretario si sono ‘annusati’ e studiati per circa un’ora. Durante la quale, entrambi hanno sfoggiato arti diplomatiche e battute. Il sindaco di Firenze, assicurano le truppe parlamentari vicine a Letta, ha confermato di non avere nessuna intenzione di dare spallate al governo, ma ha anche preteso un cambio di passo.

Il presidente del Consiglio ha ribadito di volere una “svolta” nel 2014, sia sul fronte interno che su quello europeo. Entrambi hanno quindi concordato di sentirsi e vedersi spesso, mantenendo sempre aperto un canale di comunicazione, per definire il percorso di riforme per l’anno venturo. Ma è una convergenza facile da prevedere. Sulla carta, infatti, i due hanno ricette simili per il Paese: sia sul fronte delle riforme istituzionali (legge elettorale che tuteli il bipolarismo – anche se Renzi vuole il passaggio dal Senato alla Camera -, bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari), che su quello delle priorità nell’economia (riduzione delle tasse sul lavoro, lotta alla disoccupazione, spending review a cominciare dai costi della politica); stessa convergenza la si trova persino sull’Europa, dove entrambi chiedono un cambio di rotta della Ue, che dia finalmente maggiore attenzione alla crescita rispetto e non al solo rigore.

Le strade però si divaricano quando si guarda alle convenienze politiche: Letta vorrebbe avere il tempo di concludere almeno il 2014, anche per risollevare l’immagine di un Esecutivo da più parti accusato di immobilismo. Renzi, al contrario, scalpita, temendo il logoramento di quell’ampio consenso ottenuto nelle primarie. E lo preoccupa non poco il primo test elettorale, quello delle europee, che non vuole affrontare con un braccio legato dietro la schiena (il sostegno al governo) mentre dall’opposizione Berlusconi e Grillo hanno le mani libere per sparare ad alzo zero contro Esecutivo ed Europa.

Normale quindi che il premier e il neosegretario abbiano su questo fronte due punti di vista differenti. Anzi, inconciliabili. Da questo nasce quel problema di “fiducia”, ammesso candidamente da un parlamentare vicino al premier.

– Le premesse sono buone, speriamo siano mantenute – commenta un altro deputato ‘lettiano’. Eppure, c’é chi fra i governativi del Pd sottolinea come non manchino le ragioni per cui – volenti o nolenti – ai due converrebbe un vero ‘patto’ che porti al 2015.

– Non è un problema di fiducia, ma di convergenza di interessi, perché Renzi sa di non poter sedersi al tavolo con Berlusconi per fare la legge elettorale ed è costretto a giocare di sponda con Letta e Alfano –  riferisce un senatore che dice di averne parlato con il premier.

Renzi, però, ha bisogno di avere risultati immediati. Necessità che a palazzo Chigi comprendono.

– Si rivedranno a gennaio e a quel punto Letta potrà anche accettare una deadline per la riforma della legge elettorale, come marzo, perché a quel punto sarà chiusa la finestra elettorale – assicura un lettiano, che ricorda come il neosegretario non abbia il “controllo dei gruppi parlamentari”.

Eppure, restano le incognite. Perché se è vero che il sindaco di Firenze avrebbe delle difficoltà a sedersi al tavolo con il Cavaliere perché scoprirebbe l’intenzione di andare al voto in primavera, è altrettanto vero che il neosegretario non può permettersi di rimanere impantanato nelle secche della “politica romana”. Probabile quindi che, anche trovando un’intesa per arrivare al 2015, nessuno dei due sarà intenzionato a lasciare spazio e terreno all’altro.

 

Non solo renziani: questi i 12 volti di Matteo

Matteo Renzi assicura di non aver trattato con le correnti per comporre a tempo di record la sua nuova segreteria. Ma la squadra di 7 donne e 5 uomini (‘età media 35 anni’, ha sottolineato il neosegretario) non è composta solo da fedelissimi ma comprende esponenti dell’area di Dario Franceschini, sostenitore del sindaco al congresso, ed un ruolo di rilievo per Filippo Taddei, capolista a Bologna nella lista di Pippo Civati ed economista della School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University.

Il vero uomo-macchina del partito, che farà le veci del vicesegretario che Renzi non ha voluto nominare, è Luca Lotti, 31 anni, amico e braccio destro del rottamatore. Il ruolo di portavoce va ad un altro fedelissimo Lorenzo Guerini, 47 anni, l’uomo che ha trattato le regole dell’ultimo congresso.

Agli Enti Locali va il coordinatore della campagna congressuale Stefano Bonaccini, 47 anni, ex bersaniano. Un altro fedelissimo di Renzi è Davide Faraone, 38 anni, che si occuperà di Welfare e Scuola. Francesco Nicodemo, 33 anni, storico attivista della Leopolda, si occuperà di Comunicazione. Il neosegretario, che ha annunciato di tenere per sé le deleghe per la Cultura, ha voluto replicare in segreteria una presenza femminile superiore a quella maschile come nella giunta fiorentina.

Cruciale, vista anche l’agenda del sindaco, il ruolo della fedelissima Maria Elena Boschi, fiorentina, 32 anni, alle Riforme, mentre è un ritorno, dopo la segreteria Veltroni, quello di Marianna Madia, 33 anni, al Lavoro. La deputata Alessia Morani, 37 anni, si occuperà di Giustizia.

Areadem, la corrente di Dario Franceschini, è rappresentata in segreteria da Federica Mogherini, 40 anni, che si occuperà di Europa, Chiara Braga, 34 anni, all’Ambiente e Pina Picierno, 32 anni, che, come nella segreteria di Epifani, si occuperà di Legalità. La governatrice del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, 43 anni, anche lei esponente di Areadem, va alle Infrastrutture.